I 10 migliori strumenti gratuiti di project management

I 10 migliori strumenti gratuiti di project management

Sei alla ricerca di strumenti di project management per la tua azienda? In questo articolo ti presentiamo le soluzioni gratuite più apprezzate dai nostri utenti.

I 10 migliori tool gratuiti di project management

Scadenze non rispettate. Colli di bottiglia. Comunicazione a silos.

Questi problemi ti stanno facendo perdere tempo e denaro. Fortunatamente, non serve andare in bancarotta per trovare il tool di project management che faccia al caso tuo.

Se gestisci un piccolo team e hai un budget limitato ma vorresti usufruire di alcune funzionalità avanzate, uno strumento di project management gratuito o freemium potrebbe essere la soluzione adatta a te (i prodotti freemium sono le versioni gratuite di software a pagamento che offrono funzionalità limitate e/o una limitazione del numero di utenti).

In questo articolo ti proponiamo i 10 software gratuiti per la gestione dei progetti (PM) con le migliori valutazioni su Capterra, con le caratteristiche di ognuno e il costo dell’upgrade.

Grazie a questa rassegna potrai decidere 1) se i software gratuiti sono la soluzione adatta per la tua organizzazione e 2) quale soluzione di project management gratuita soddisfa meglio le tue esigenze.

Che cosa significa “migliori”? Per ognuno dei 10 strumenti elencati di seguito, la valutazione complessiva ricevuta dagli utenti di Capterra è superiore alla media rispetto ad altri prodotti della stessa categoria. Consulta la metodologia completa alla fine dell’articolo.

Gestione dei progetti vs. gestione del lavoro: qual è la soluzione migliore per te?

Il termine “software di project management (PM)” comprende una varietà di soluzioni che vanno dagli strumenti di management collaborativi più semplici a programmi più avanzati di gestione del portafoglio progetti.

Per poter scegliere lo strumento più adatto alle tue esigenze è fondamentale capire in cosa si differenziano questi due tipi di software:

  • I software di gestione del lavoro, o di work management, consentono ai team di gestire i flussi di lavoro, organizzare task e attività (progetti e processi) e collaborare in un ambiente di lavoro condiviso. Strumenti di questo tipo permettono di avere il controllo sull’esecuzione dei lavori, fornendo in tempo reale specifiche panoramiche e notifiche alle diverse parti interessate. Il target di utente è costituito da professionisti non tecnici.
  • I veri e propri software di project management consentono ai project manager e alle organizzazioni di mettere in atto i progetti partendo da iniziative uniche con determinati obiettivi (deliverable), tabelle di marcia e budget (risorse). Grazie a questi programmi è possibile pianificare, monitorare e controllare i costi, le tabelle di marcia e le risorse, creando così un valore aggiunto e soddisfacendo i criteri per la buona riuscita dei progetti. Il target di utente è costituito da professionisti tecnici, come i project manager. Molti di questi strumenti software offrono anche un’applicazione che permette di controllare gli aggiornamenti di stato e gestire i messaggi il tempo reale.

Conoscere le diverse funzionalità che contraddistinguono i software di project management da quelli di work management può essere utile per capire qual è lo strumento più adatto al tuo business.

I 10 migliori tool gratuiti per la gestione dei progetti

1. Airtable

Airtable è una soluzione di gestione del lavoro collaborativo basata sul cloud, con la quale i team possono visualizzare le attività su una griglia (simile a un foglio di calcolo), un calendario, una bacheca Kanban o una galleria. Le sue principali funzionalità includono task management, collaborazione, monitoraggio di report/progetti e monitoraggio dei tempi.

Airtable presenta una struttura formata da database che contengono tutti i dati necessari per gestire un progetto. I database sono costituiti da una serie di tabelle, ognuna dedicata a un determinato aspetto del progetto, nelle quali è possibile inserire campi diversi (allegati, checklist, ecc.) e record (importanti data point che si stanno monitorando).

  • Versione gratuita: permette di creare database illimitati e offre 1200 record per database, 2 GB di spazio per gli allegati per ogni database e due settimane di cronologia delle revisioni e degli snapshot, nonché la possibilità di collaborare e commentare in tempo reale.
  • Piani a pagamento: includono record aggiuntivi per ogni database, maggiore spazio per gli allegati, una cronologia delle revisioni più lunga, l’assistenza prioritaria e l’accesso ai “blocchi” (applicazioni modulari che ampliano la funzionalità dei database). I piani a pagamento sono disponibili a partire da 10 $ (circa 8 €) per utente, al mese.

Accesso a Airtable da più dispositivi

Accesso a Airtable da più dispositivi (fonte)

PER SAPERNE DI PIÙ

2. Asana

Asana è una soluzione cloud-based di project e task management che aiuta le aziende a gestire e organizzare attività e progetti, comunicare e collaborare. Si tratta di uno strumento utile per i team e le aziende che gestiscono più progetti alla volta, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda.

Tra le principali caratteristiche figurano la gestione delle attività, il reporting, le notifiche automatiche, un portale clienti, strumenti di collaborazione, dashboard, un’app mobile, la gestione di documenti e l’assegnazione delle attività. Asana include anche una funzione che raccoglie tutti gli aggiornamenti generati automaticamente dal software.

Permette l’accesso attraverso dispositivi mobile come computer portatili, tablet e smartphone (sia Android che iOS).

Asana offre l’integrazione con varie applicazioni quali Dropbox, Slack, Gmail e Zapier, con un limite di 100 MB per ogni singolo allegato.

  • Versione gratuita: include fino a 15 utenti, la visualizzazione come elenco, bacheca e calendario, il monitoraggio dei tempi, attività e progetti illimitati, il registro delle attività e più di 100 integrazioni gratuite.
  • Piani a pagamento: sono disponibili a partire da 13,49 $ (circa 11 €) per utente, al mese e includono caratteristiche come integrazioni avanzate, dashboard e branding personalizzato.

Elenco delle attività in Asana

Elenco delle attività in Asana (fonte)

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3. Basecamp

Basecamp è uno strumento di comunicazione in tempo reale con to-do list, calendari, scadenze e condivisione di file, che permette ai team di tenere traccia delle priorità e degli elementi processabili.

Con Basecamp, gli utenti possono creare progetti, documentare i progressi fatti e gestire le attività. Questo software web-based consente inoltre di accedere tramite un browser web o un’applicazione mobile.

Basecamp può essere utilizzato da qualsiasi organizzazione che ha bisogno di gestire gruppi, comprese le organizzazioni non profit, le start-up e le imprese di servizio al cliente, ma anche i liberi professionisti. Gli abbonamenti sono scalabili e prevedono livelli con svariati spazi di archiviazione e numeri di utenti.

  • Versione gratuita: ideale per liberi professionisti, uso personale, famiglie e usi non intensi, comprende 1 GB di spazio di archiviazione, fino a tre progetti e 20 utenti.
  • Piani a pagamento: tariffa fissa mensile di 99 $  (circa 82 €) con progetti e utenti illimitati e 500 GB di spazio di archiviazione.

Strumenti di project management: assegnazione date di scadenza alle attività con Basecamp

Assegnazione date di scadenza alle attività con Basecamp (fonte)

4. ClickUp

ClickUp è una soluzione per la gestione del lavoro basata sul cloud che si definisce come un “software di produttività” e aiuta singoli lavoratori e team a stabilire obiettivi, gestire le attività e organizzare il lavoro in “aree progetti”. Le sue principali funzionalità includono task management, collaborazione, monitoraggio di report/progetti, monitoraggio dei tempi e diagrammi di Gantt.

Tra gli elementi essenziali di ClickUp troviamo task, campi personalizzabili, obiettivi (che vengono scomposti in obiettivi quantificabili e assegnati) e portafogli (panoramica di alto livello del lavoro, simile a una dashboard).

  • Versione gratuita: include utenti, attività e aree di lavoro illimitati, 100 MB di spazio di archiviazione, assistenza 24/7 (chat, telefono, e-mail e help center online), 100 usi di campi personalizzabili, 100 usi di obiettivi, 100 usi di portafoglio e reporting limitato.
  • Piani a pagamento: offrono spazio di archiviazione illimitato, integrazioni, opzioni di reporting complete e funzionalità aggiuntive come i diagrammi di Gantt.

Vista bacheca di ClickUp

Vista bacheca di ClickUp (fonte)

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5. Jira

Jira è uno strumento di gestione del flusso di lavoro che i team Agile utilizzano per pianificare, monitorare e rilasciare prodotti software. Ideale per team che usano Scrum, Kanban, un modello ibrido o altri flussi di lavoro unici.

Jira permette agli utenti di creare roadmap di progetto per mappare tutti i progetti in corso. La bacheca del progetto presenta un’interfaccia drag-and-drop che consente ai team di gestire ogni dettaglio del progetto. È inoltre possibile creare storie degli utenti e aprire ticket di supporto, pianificare gli sprint e distribuire le attività tra i membri del team. Gli utenti hanno anche accesso a informazioni provenienti da migliaia di applicazioni aziendali, da strumenti di design e monitoraggio, fino al codice sorgente e applicazioni per la produttività.

Jira offre un’app mobile per dispositivi Android e iOS. Il supporto è disponibile attraverso un portale di assistenza online, documentazione online e video tutorial.

  • Versione gratuita: include bacheche Scrum e Kanban, reporting Agile, flussi di lavoro personalizzabili, 2 GB di spazio di archiviazione e una community di supporto.
  • Piani a pagamento: il prezzo si intende per utente, al mese, e varia in base al numero di utenti. Per 10 utenti, il prezzo parte da una media di 7 $ (circa 6 €) per utente, al mese, per un totale di circa 70 $ (circa 58 €) al mese. Include un minimo di 250 GB di spazio di archiviazione (che aumenta nei livelli superiori) e funzionalità aggiuntive come un registro di controllo.

Vista bacheca di Jira

Vista bacheca di Jira (fonte)

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6. MeisterTask

MeisterTask è uno strumento di visual work management che aiuta i team a gestire i flussi di lavoro e organizzare le attività su una bacheca condivisa in stile Kanban. Può essere implementata nel cloud o installata su sistema operativo Mac o Windows. Le sue principali funzionalità includono task management, collaborazione, monitoraggio di report/progetti e monitoraggio dei tempi.

  • Versione gratuita: prevede utenti, attività, bacheche Kanban e spazio di archiviazione illimitati, oltre alla possibilità di allegare file delle dimensioni massime di 20 MB.
  • Piani a pagamento: offrono l’assistenza prioritaria e funzionalità aggiuntive come attività ricorrenti, reporting e campi personalizzabili. L’aggiornamento al primo livello di abbonamento costa 8,25 $ (circa 7 €) per utente, al mese (pagamento annuale).

Vista bacheca di MeisterTask

Vista bacheca di MeisterTask (fonte)

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7. Podio

Citrix Podio è uno strumento di project management e social collaboration che consente alle aziende di creare flussi di lavoro preferiti e applicazioni personalizzate per soddisfare esigenze specifiche. Non sono necessarie competenze tecniche per utilizzare il software, il che permette di risparmiare risorse per lo sviluppo.

Gli utenti possono accedere a centinaia di applicazioni gratuite attraverso il Podio App Market, tra cui app per la gestione delle attività, del portafoglio progetti e dei problemi. Altre applicazioni disponibili includono quelle per la gestione delle relazioni con i clienti (CRM) e la gestione delle candidature.

Tutte le applicazioni del Podio App Market sono complete di una serie di funzionalità di social collaboration, tra cui i “like” tipo Facebook, la condivisione di file ovunque nel sistema, la messaggistica interna istantanea e le video chat.

La capacità di Podio di sviluppare applicazioni proprie lo rende il programma ideale per organizzazioni di piccole dimensioni che necessitano di un alto grado di personalizzazione, in particolar modo per quelle che gestiscono più processi aziendali in un unico sistema.

  • Versione gratuita: fino a cinque dipendenti autorizzati, comprende inoltre applicazioni, aree di lavoro e funzioni di task management.
  • Piani a pagamento: a partire da 9 $ (circa 7,50 €) per utente, al mese, con item illimitati, gestione degli utenti e utenti esterni illimitati. Scegliendo il pagamento annuale è possibile usufruire di uno sconto sul prezzo per utente.

Strumenti di project management: schermata iniziale di Podio

Schermata iniziale di Podio (fonte)

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8. Quire

Quire è una soluzione di project management basata sul cloud che aiuta le piccole e medie imprese a gestire to-do list e attività per permettere la collaborazione tra i team. Le principali funzionalità di Quire includono gestione dei documenti, modifiche in tempo reale, strumenti di comunicazione, forum di discussione, condivisione di file, monitoraggio dei traguardi e pianificazione dei progetti.

Quire permette ai team di organizzare e assegnare priorità alle attività tramite una bacheca Kanban, in modo tale che i membri possano visualizzare i flussi di lavoro. I manager possono assegnare attività ai membri del team, ordinare le task in base alla priorità, filtrare le attività e visualizzare le date di inizio/scadenza dei progetti mediante i diagrammi di Gantt. Inoltre, gli utenti possono seguire le attività per ricevere i promemoria delle scadenze imminenti sui loro dispositivi registrati.

Quire è dotato di un’interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), che consente l’integrazione con varie applicazioni di terze parti, come Slack, Calendario di Outlook, iCal e altri. Gli utenti possono gestire da remoto le attività attraverso applicazioni mobile per dispositivi Android e iOS. Quire fornisce anche il supporto via e-mail e FAQ.

  • Versione gratuita: attualmente Quire offre solo un piano gratuito. Stando a quanto si legge sul sito web del software, in futuro verranno lanciate anche delle versioni a pagamento, ma tutte le funzionalità che ora sono gratuite continueranno ad esserle anche dopo l’uscita delle versioni a pagamento.
  • Piani a pagamento: al momento non disponibili.

Bacheca Kanban di Quire

Bacheca Kanban di Quire (fonte)

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9. Teamwork

Teamwork è una soluzione di gestione del lavoro basata sul cloud che aiuta i team a collaborare, organizzare le attività e rispettare le scadenze. Le sue principali funzionalità includono diagrammi di Gantt, bacheche Kanban, task management, collaborazione, monitoraggio di report/progetti, gestione delle risorse e monitoraggio dei tempi.

  • Versione gratuita: include l’accesso per cinque utenti, due progetti attivi, 100 MB di spazio di archiviazione e molteplici opzioni di supporto (e-mail, live chat, telefono, knowledge base online e manuali d’uso).
  • Piani a pagamento: offrono un maggior numero di progetti, più spazio di archiviazione, assistenza prioritaria e un sistema di monitoraggio più affidabile, come la vista del portafoglio e il registro dei rischi. L’aggiornamento a un piano a pagamento costa 12,50 $ (circa 10 €)  per utente, al mese (è previsto un piccolo sconto con il pagamento annuale).

Esempio di dashboard di Teamwork

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10. Wrike

Wrike è una piattaforma di gestione dei progetti basata sul cloud e pensata per i team con più di 20 persone di aziende piccole e medie. Include funzionalità come diagrammi di Gantt, calendari, una vista del carico di lavoro per la gestione delle risorse, dashboard personalizzate e aggiornamenti in tempo reale. Permette di strutturare il lavoro in cartelle, progetti e attività, nonché di assegnare queste in maniera automatica in base agli stati di ognuna. Wrike è una soluzione ideale per diverse tipologie di team, dall’ambito finanziario e tecnologico fino alle professioni creative e alla pubblicità.Wrike for Marketers è un prodotto separato con template su misura, strumenti di revisione e un’estensione Adobe.Wrike integra una varietà di strumenti, tra cui Salesforce, Dropbox e Slack. Offre inoltre un’API.

  • Versione gratuita: fino a 5 licenze che includono vista bacheca, task management, condivisione di file, flusso di attività in tempo reale, integrazioni di base e 2 GB di spazio di archiviazione.
  • Piani a pagamento: il primo livello costa 9,80 $ (circa 8 €) per utente, al mese, e include diagrammi di Gantt, gestione di attività principali e secondarie, integrazioni avanzate, dashboard condivise e 5 GB di spazio di archiviazione (i livelli più avanzati offrono uno spazio di archiviazione superiore).
Strumenti di project management: funzione tabella di marcia in WrikeFunzione tabella di marcia in Wrike (fonte)

PER SAPERNE DI PIÙ

 

Funzionalità chiave e caratteristiche degli strumenti di project management

Di seguito trovi le descrizioni delle funzionalità software citate nelle analisi dei prodotti presentati:

Task management

Permette di creare attività (task), aggiungere descrizioni, impostare date di inizio e scadenza, definire una priorità, stimare il livello di impegno (es.: ore, punti, ecc.) e assegnare attività agli utenti. Questi possono caricare allegati, lasciare commenti e aggiornare lo stato della task man mano che il lavoro sull’item avanza oppure spostare le task all’interno di un flusso di lavoro su una bacheca (Kanban o Scrum). Funzionalità aggiuntive comprendono: convertire e-mail in task, impostare dipendenze, creare attività secondarie, creare attività ricorrenti, creare checklist di attività.

Collaborazione

Fornisce un ambiente di lavoro centralizzato che permette a diversi utenti di comunicare tra loro, riunirsi e coordinarsi per agevolare il lavoro di squadra. Consente di creare team condivisi e/o bacheche con le attività del progetto, calendari, wiki, dashboard, ecc.; rimanere aggiornati riguardo all’operato di altri utenti attraverso il feed attività; coinvolgere nel progetto i membri del team mediante menzioni (con il simbolo @); condividere file; usare chat; partecipare a video conferenze e invitare ospiti a partecipare.

Monitoraggio di report/progetti

I report e le dashboard consentono agli utenti di vedere in modo rapido e visivo lo stato di un progetto, i suoi costi o altre informazioni essenziali. È possibile visualizzare l’avanzamento del progetto rispetto alla sua pianificazione, monitorare gli obiettivi, monitorare le task attive, visualizzare l’elenco delle task completate, confrontare il tempo stimato vs il tempo effettivo trascorso e monitorare le performance del team.

Pianificazione dei progetti

Permette di definire la portata del progetto, la tabella di marcia e le risorse/budget; scomporre i progetti complessi in obiettivi, individuare i deliverable e prevedere il cash flow; creare la struttura analitica di progetto, delineare il percorso critico, individuare dipendenze e limitazioni, e pianificare le risorse essenziali.

Monitoraggio dei tempi

Permette di monitorare il tempo dedicato alle varie task, creare report sul tempo stimato vs tempo effettivo dedicato alle task, registrare le ore fatturabili vs ore non fatturabili, estrarre il tempo registrato nel timesheet per emettere le fatture.

Gestione delle risorse

Permette di creare un record/grafico delle risorse con informazioni di contatto, tariffa, ruolo e livello di abilità, e di destinare il personale ai progetti e monitorare i carichi di lavoro. Le funzionalità possono includere la pianificazione della capacità delle risorse e la definizione delle priorità del progetto in base alla domanda di risorse essenziali.

Condivisione file

Condivisione digitale di svariati tipi di file.

Diagramma di Gantt

Grafico a cascata a barre orizzontali con date che indicano l’inizio e la fine delle parti interdipendenti di un progetto. Le attività sono disposte in base al momento in cui devono essere completate. Usato spesso per creare una struttura analitica di progetto e delineare il percorso critico durante la pianificazione del progetto e per confrontare, in seguito, durante lo svolgimento, lo stato dello stesso rispetto alle pianificazioni iniziali.

Bacheca Kanban

Le bacheche Kanban sono l’equivalente digitale dei post-it su lavagna magnetica e forniscono una rappresentazione visiva di un workflow o di un processo. La bacheca è suddivisa in colonne che rispecchiano le fasi di un flusso di lavoro (es.: “backlog”, “sviluppo” e “test”) oppure uno stato (es.: “to-do”, “in corso” e “done”). Le task sono raffigurate come “schede” che possono essere espanse per mostrare gli assegnatari, i dettagli delle task e i commenti. Le metriche Kanban includono i diagrammi di flusso cumulativo e i diagrammi dei tempi di ciclo e tempi di consegna.


Metodologia

Il presente articolo è stato aggiornato in data 15 dicembre 2020. I prodotti analizzati soddisfano i seguenti criteri:

  • Offrono una versione gratuita e stand-alone del software (non si tratta di una versione di prova del software per la quale è richiesto l’acquisto di una versione a pagamento in seguito alla scadenza di un determinato periodo di tempo).
  • Soddisfano la nostra definizione di mercato di project management.

Tale definizione include l’evoluzione dei software di project management per abbracciare una varietà di soluzioni che vanno dagli strumenti di task/work management più semplici a robusti programmi di gestione del portafoglio:

  • I software di gestione del lavoro consentono ai team di pianificare e gestire i flussi di lavoro, organizzare mansioni e attività e collaborare in un ambiente di lavoro condiviso. Strumenti di questo tipo permettono di avere il controllo sull’esecuzione dei lavori, fornendo in tempo reale specifiche panoramiche e notifiche alle diverse parti interessate.
  • I software di project management (PM) consentono ai manager e alle organizzazioni di eseguire i progetti: iniziative con una determinata data di inizio e fine, un ambito specifico e budget/risorse prestabiliti. Con le soluzioni di project management è possibile pianificare, monitorare e controllare i costi e le tabelle di marcia dei progetti, in modo da apportare un valore aggiunto e soddisfare i criteri per la buona riuscita degli stessi (es.: puntuale, nei limiti del budget, nell’ambito di applicazione e nel rispetto degli obiettivi aziendali).

I software che soddisfano la definizione di mercato necessitano inoltre di almeno 10 recensioni pubblicate dagli utenti tra il 30 novembre 2019 e il 30 novembre 2020, e vantano una valutazione complessiva degli utenti superiore alla media rispetto ad altri prodotti della stessa categoria.

Il 57% dei dipendenti ha dovuto acquisire nuove competenze digitali durante la pandemia

Il 57% dei dipendenti ha dovuto acquisire nuove competenze lavorative durante la pandemia

Il 57% dei dipendenti ha dovuto acquisire nuove competenze lavorative durante la pandemia

A più di un anno dall’inizio della pandemia del Covid-19, la vita dei dipendenti italiani è profondamente cambiata. Il lavoro da remoto è ad oggi una realtà diffusa in tutto il Paese e sta presentando nuove sfide e grandi opportunità di acquisizione di nuove competenze digitali.

La situazione sanitaria ha influito anche sui progetti futuri dei dipendenti, influenzando le opportunità di cambiare lavoro e i piani di mobilità per il futuro, ritardando gli avanzamenti di carriera e costringendoli ad acquisire nuove competenze digitali e adottare nuovi strumenti per garantire la sopravvivenza stessa di molte attività produttive.

Capterra ha condotto uno studio con 1000 lavoratori italiani per indagare l’impatto della pandemia sulla percezione del proprio lavoro, i piani di futuro e aspirazioni lavorative, ma anche sulla necessità di acquisire nuove competenze e adottare nuovi strumenti per mantenere l’attuale posizione lavorativa. Lo studio è stato esteso anche a livello internazionale e vi hanno preso parte lavoratori di ogni parte d’Europa e del mondo: Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Stati Uniti, Canada e Brasile. La metodologia completa della ricerca è presentata alla fine dell’articolo.

Punti principali dello studio


Punti principali dello studio sull'acquisizione di nuove competenze digitali durante la pandemia

Mobilità lavorativa durante il Covid-19

Il mercato del lavoro è stato messo a dura prova a causa della pandemia del Covid-19. Milioni di posti di lavoro sono andati persi in tutto il mondo e molti altri sono stati messi a rischio dall’insorgere improvviso della crisi sanitaria. In Europa, grazie ai programmi governativi per la conservazione del lavoro e alle politiche di sostegno alle imprese, l’impatto è stato leggermente inferiore rispetto al resto del mondo.

85% dei dipendenti italiani intervistati ha mantenuto lo stesso lavoro che aveva prima della pandemia

Il resto dei partecipanti allo studio ha sperimentato i seguenti cambiamenti:

  • Il 5% ha ricevuto una promozione interna da parte della propria azienda
  • Il 4% ha accettato volontariamente un altro lavoro in un’altra azienda
  • Il 3% è stato licenziato o sospeso e ha dovuto cercare un altro lavoro in un’altra azienda
  • Il 3% è stato trasferito in un altro reparto della stessa azienda.

La mobilità lavorativa, sia interna sia esterna, ha dunque subito un’importante battuta d’arresto a causa della crisi sanitaria.

Si può riscontrare un andamento molto simile anche nel resto dei Paesi che hanno partecipato allo studio: in media, il 79% dei dipendenti nel mondo ha mantenuto il proprio posto di lavoro e solamente l’8% ha ricevuto una promozione interna, mentre il 4% è stato licenziato e si è trovato nella condizione di cercare urgentemente un altro impiego.

Olanda (12%) e Stati Uniti (10%) hanno la più alta percentuale di promozione all’interno della stessa azienda durante questo periodo di tempo, mentre la Spagna si posiziona al terzo posto (8%). Italia e Francia (5%) sono invece il fanalino di coda di questa classifica.

Il 57% dei dipendenti ha dovuto acquisire nuove competenze digitali durante la pandemia

Più della metà dei dipendenti italiani intervistati dichiara di aver dovuto acquisire nuove competenze durante la pandemia:

I dipendenti hanno dovuto sviluppare nuove competenze digitali durante la pandemia

Il lockdown ha forzato il passaggio allo smart working ed ha richiesto l’adozione di nuovi strumenti per agevolare il lavoro da remoto e per coordinare i team favorendo la collaborazione a distanza.

Nella maggior parte dei casi (37%) l’azienda stessa ha fornito ai propri dipendenti la formazione necessaria, ma rimane comunque alta la percentuale dei lavoratori che hanno dovuto provvedere da soli alla propria formazione (18%).

Queste sono le principali competenze  – digitali e non – che i dipendenti hanno dovuto acquisire a seguito della crisi del Covid-19:

Nuove competenze digitali e non acquisite durante la pandemia del Covid-19

Sebbene la maggior parte delle competenze sviluppate siano di tipo digitale e professionale (social media, e-mail marketing, programmazione, etc.), il 27% degli intervistati ha approfondito temi di salute e benessere. In questo periodo di crisi economica e di incertezza, il benessere mentale dei dipendenti è più che mai sotto la lente d’ingrandimento. Le aziende devono essere molto attente a questo problema e mantenere conversazioni riguardo la salute fisica e mentale con i propri dipendenti. A questo proposito, esistono diversi strumenti che possono aiutare manager e dirigenti a testare il polso della situazione: sondaggi interni, videochiamate e software per feedback a 360º.

Solo il 31% degli intervistati si sente un po’ oberato dal numero di tool che utilizza sul lavoro

Lavorare da remoto implica necessariamente un aumento del numero di tool che i dipendenti si trovano ad utilizzare quotidianamente. Quando viene meno la vicinanza fisica e la facilità di comunicazione data dalla condivisione dello stesso spazio di lavoro, molti processi devono essere ripensati e, il più delle volte, digitalizzati.

Come conseguenza, cresce il numero di strumenti digitali utilizzati durante il lavoro. Ma quali e quanti sono i tool più utilizzati dai dipendenti italiani? Ecco le loro risposte:

Tool digitali più utilizzati dai dipendenti nel lavoro quotidiano

Gli strumenti attualmente più utilizzati, rafforzati in seguito all’avvento del lavoro a distanza, consentono di comunicare online, condividere documenti e di monitorare le ore lavorate.

Al contrario, tra gli strumenti meno utilizzati spicca mancanza di strumenti di sicurezza informatica: il 48% degli intervistati non utilizza alcuno strumento di sicurezza informatica.

Tool digitali meno utilizzati dai dipendenti nel lavoro quotidiano

Sia che lavorino a distanza sia che si rechino quotidianamente in ufficio, è estremamente importante che tutti i dipendenti ricevano una formazione  di cybersecurity e che utilizzino, ad esempio, gestori di password o l’accesso alla rete VPN per garantire l’integrità dei dati aziendali.

A questo proposito, anche la formazione in generale sembra essere molto carente nelle PMI italiane: il 58% degli intervistati afferma infatti di non utilizzare alcuno strumento di formazione online (LMS).

Nonostante abbiano dovuto acquisire nuove competenze, usare nuovi strumenti digitali e cambiare la loro mentalità operativa a causa di COVID-19, i dipendenti italiani non sembrano sentirsi particolarmente sopraffatti dalla quantità di software che usano. Solo il 10% dice di essere oberato o molto oberato, mentre il 31% si definisce semplicemente un po’oberato.

A livello internazionale l’andamento è abbastanza simile, in media solo il 7% dei dipendenti in tutti gli altri Paesi si sente oberato o molto oberato dal numero di strumenti digitali che utilizza quotidianamente, mentre il 19% si definisce un po’oberato.

I dati indicano controllo e competenza nell’uso degli strumenti e delle piattaforme digitali attualmente in uso. L’adattamento al lavoro a distanza (full time o part time), che va di pari passo con l’acquisizione di nuove competenze digitali, sembra aver preso piede e i dipendenti non mostrano particolari problemi a utilizzare una varietà di software per compiti diversi.

Piani di carriera dopo la pandemia

La pandemia non ha cambiato l’opinione della maggior parte dei dipendenti in merito al proprio lavoro: il 46% degli intervistati afferma di avere la stessa opinione di prima riguardo la propria azienda e il proprio datore di lavoro. Mentre il 36% dichiara di apprezzare di più la propria situazione rispetto a prima, il 18% ha invece rivisto in senso negativo la propria opinione. Queste sono le principali motivazioni:

  • Il 43% non trova più soddisfazione nel proprio lavoro dall’inizio della crisi a causa di un lavoro diventato monotono e ripetitivo
  • Il 40% non è soddisfatto della reazione del proprio datore di lavoro a questa pandemia
  • Il 26% ha perso interesse per le proprie mansioni quotidiane.

Il 73% degli intervistati desidera mantenere il lavoro anche dopo la fine pandemia

Il 15% vuole invece cercare una nuova posizione nello stesso settore mentre il 12% intende cambiare anche settore.

I dati sono in linea con gli altri Paesi partecipanti allo studio: il media il 76% degli intervistati intende mantenere il proprio posto di lavoro, il 14% vuole cercare una nuova posizione nello stesso settore mentre il 9% vuole cambiare anche settore.

Da parte loro, i responsabili delle risorse umane possono utilizzare strumenti di feedback a 360 gradi  e di riconoscimento dei meriti per incentivare il monitoraggio dei dipendenti, identificare i punti di forza e considerare una riorganizzazione interna al fine di ottimizzare i talenti.

I fattori più importanti da valutare per un nuovo lavoro

Nonostante le azioni che si possono intraprendere per convincere i dipendenti a rimanere, alcuni lasceranno comunque la propria impresa per nuovi orizzonti. Secondo il 27% degli intervistati che prevedono di cambiare lavoro una volta cessata la pandemia, i fattori più importanti nella ricerca di un nuovo lavoro sono i seguenti:

I fattori più importanti da valutare per un nuovo lavoro

È compito delle aziende tenere conto di questa nuova situazione e saper offrire nuovi modelli di lavoro o la possibilità di reinventarsi per trattenere i talenti.

Nuove competenze digitali e continuità lavorativa: i dipendenti italiani cercano stabilità

Lo studio indica una tendenza dei lavoratori nostrani a formarsi e rimanere competitivi per avere stabilità lavorativa e mantenere la propria posizione anche dopo la fine della pandemia.

La maggior parte dei lavoratori prevede di conservare il proprio posto di lavoro quando la pandemia finirà. La percentuale di intervistati che cercano volontariamente lavoro in un’altra azienda dello stesso o di altri settori, infatti, è minima.

Più della metà degli intervistati hanno provveduto a formarsi per acquisire nuove competenze digitali per adattarsi meglio alla nuova situazione. Queste competenze sono sia tecniche e professionali sia legate alla salute, indicando una preoccupazione crescente riguardo il proprio benessere sia fisico che emotivo.

In conclusione, sia in Italia che negli altri Paesi che hanno preso parte allo studio, i dipendenti mostrano desiderio di crescita professionale e stabilità per compensare le molte incertezze vissute nell’ultimo anno.

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Metodologia dello studio

Per raccogliere i dati per questo studio, Capterra ha condotto un sondaggio online a gennaio 2021.

I 1000 intervistati hanno tra i 18 e i 65 anni, risiedono in Italia e la loro situazione lavorativa è la seguente:

  • Lavorano in aziende fino a 250 dipendenti
  • 71% lavora a tempo pieno
  • 29% lavora part-time

Il campione è così composto:

SESSO:

  • 50% uomini
  • 50% donne

ETÀ:

  • 10% 18-25 anni
  • 21% 26-35 anni
  • 33% 36-45 anni
  • 23% 46-55 anni
  • 13% 56-65 anni

Gli intervistati negli altri Paesi del mondo sono stati selezionati seguendo i medesimi criteri. Di seguito il dettaglio del numero di partecipanti allo studio, divisi per Paese:

  • Francia: 1001
  • Germania: 1098
  • Olanda: 883
  • Spagna: 999
  • Regno Unito: 1050
  • USA: 922
  • Canada: 1012
  • Brasile: 994

Working from home and cybersecurity in the UK: one year on

Remote work and cybersecurity

Remote work- and cybersecurity

In April 2020, just as millions of people in the UK began working from home, Capterra surveyed 491 remote workers from small businesses to find out how they were managing the transition and how the pandemic had affected cybersecurity

One year on, and with many restrictions triggered by the COVID-19 pandemic still in effect, 504 remote employees responded to a second survey containing the same questions. Here, we examine longitudinal changes in attitudes towards remote work, wellbeing, and cybersecurity.

Key takeaways from the survey include:

  • 72% of remote workers like working from home, a 4 point increase on 2020.
  • 40% of remote workers say that loneliness is a challenge – up from 26% a year ago.
  • Just over 1 in 5 remote employees have received IT security training.
  • More than half of remote employees don’t know who to contact in their own company for matters of cybersecurity, privacy, or compliance.

40% of remote workers say loneliness is a challenge

Respondents to the Capterra survey see similar benefits to working from home in 2021 as they did in 2020. The biggest of these is the lack of a commute, which more than half (54%) cite as an advantage compared with 37% last year. Other major benefits cited include a casual dress code (39%), the ability to adjust work hours around personal life (33%), and no distractions from colleagues (32%).

Although working from home generally gives employees the freedom to spend more time with family and create a better work-life balance, isolation from friends and colleagues remains a significant and growing issue. In 2020, 26% of remote workers surveyed said that social connections and/or loneliness were a challenge – ahead of more work-specific problems like internet connection problems (25%), too many digital messages (23%), and communication with colleagues (20%).

In 2021, the proportion of remote workers who say loneliness is an issue has jumped to 40%, and 35% now say that communication with colleagues is a challenge – moving it from seventh on the list of challenges to second.

Biggest challenges of working from home

Remote workers are keener than ever to stay at home

Despite the drawbacks, employees are growing more attached to working from home. Last year, 68% said that they “like” (46%) or “really like” (22%) working from home. After 12 months, the proportion of positive responses had risen to 72%, with one-third (33%) really liking remote work and 39% liking it. 

Remote employees are also optimistic about the ability of their organisation to operate fully remotely in the future. 54% now say that their company could function at its full potential with permanent remote working staff, with 19% not sure and 27% saying they don’t believe their company could successfully operate remotely.

The overall desire to continue working away from the office has also grown stronger – from an already strong position. In 2021, 43% say they would like to stay remote full-time once the pandemic is over, up from 32% last year. 45% now say they would like to keep doing so on some days only (down from 55%).

Continue working from home

Employers have also changed the way they manage a remote workforce, focusing less on the “what” and more on the “how”. In 2020, the most commonly cited areas where remote employees had received guidance were around working hours (42%), followed by communication (36%) and team meetings (35%). This year, team meetings were the top response, with 43% of remote employees saying they have received guidance with online meeting best practices.

Remote workers report fewer phishing attacks, but security precautions are rare

Cyber attackers have benefitted from the uncertainty of the COVID-19 pandemic and the isolation of remote workers to launch new and more frequent attacks. When surveyed in April 2020, 30% of remote workers said they had fallen victim to a phishing attack (defined by the UK government as “different methods fraudsters use to get you to disclose your personal information”) since the lockdown began. 45% of these attacks were related to the COVID-19 pandemic. This year, the proportion of remote workers who say they have fallen for a phishing attack since lockdown began has dropped to 17%. 

Despite this change in the landscape, as well as the newly fertile environment for attackers to operate in, the prevalence of security measures within businesses remains low, with little difference between April 2020 and March 2021. In 2020, just 20% of surveyed employees had received IT security training. This year, that figure is 22%. 21% say they never access links without checking the destination URL, up from 17% last year. Meanwhile, 27% of this year’s survey respondents use two-factor authentication, which is up from 22% in 2020.

Of the 15 security measures available for respondents to select, only two attracted responses from more than one-third of respondents: 38% of remote workers have installed antivirus software and 38% regularly install software updates. In 2020, no response received more than 32% (installing regular software updates).

Other popular security measures include locking work devices when unattended (33% – up from 31% in 2020), logging in to the company server through a password-protected VPN (30% – up from 23% in 2020), and following the instructions of a password management policy (29% – up from 25% in 2020).

Actions for secure remote working

Remote workers fall short on security and compliance measures

Password management and user awareness remain two of the most effective means of protecting small and medium enterprises, but the data shows some trends that may concern business owners.

The UK National Cyber Security Centre (NCSC) publishes guidance for small and medium businesses, which includes information about password management and phishing protection. The Capterra surveys show practices that contravene this guidance, albeit with some improvement between 2020 and 2021.

26% of remote workers surveyed use one main password across multiple sites, down from 33% in 2020. 37% of remote workers responding to the 2021 survey admitted that they share password(s) between their personal and business accounts (14% “always” and 22% “in some cases”). However, this represents a drop compared to 2020, where 52% admitted to sharing passwords between accounts (23% “always” and 29% “in some cases”). The NCSC recommends using unique passwords for important accounts, which includes work accounts.

Most employees using one “master” password say they change it fairly frequently: 37% having done so in the past month and another 40% having done so in the past six months. However, the NCSC’s own guidance does not recommend changing passwords just for the sake of it and only suggests doing so if you suspect that an account has been compromised.

Finally, all organisations in the UK – including SMEs – should have at least one person responsible for handling matters of cybersecurity and compliance. It is important that employees know who this person is so they can quickly and directly report data breaches in line with their obligations under the European General Data Protection Regulation (GDPR). According to the 2021 Capterra survey, just under 50% of remote workers know who to contact within their organisation, 16% are aware of such a position but say they don’t know who specifically to contact, and 19% say their company has no such individual. This final figure has almost doubled compared with 2020, where only 11% said that their employer did not have anyone in charge of cybersecurity, privacy, or compliance.

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*Survey methodology

To collect the data for this report, we conducted an online survey in March 2021 The responses come from a sample of the UK market. Of the total respondents, we were able to identify 504 respondents that fit within our criteria:

  • UK resident
  • Employed by a small or mid-sized business
  • Employed full-time or part-time
  • Working remotely as a response to COVID-19.

The participants come from various business sectors and levels of seniority.


NOTE: This document, while intended to inform our clients about the current data privacy and security challenges experienced by IT companies in the global marketplace, is in no way intended to provide legal advice or to endorse a specific course of action. For advice on your specific situation, consult your legal counsel.

Tipps zur Mitarbeiterbindung in Krisenzeiten: Ein Drittel der Mitarbeiter mögen ihren Arbeitgeber durch die Krise mehr

Mitarbeiter binden in Krisenzeiten

Die Pandemie hat so einiges auf den Kopf gestellt. Während wenige Mitarbeiter während der Krise den Job wechselten, besteht jedoch die Gefahr, dass es nach Krisenzeit zu einer höheren Mobilität der Arbeitskräfte kommt. Mehr denn je kommt es jetzt auf die richtigen Maßnahmen zur Mitarbeiterbindung an, um dies zu vermeiden. 

Mitarbeiter binden in Krisenzeiten

Krisenzeiten sind herausfordernd für Arbeitgeber und Manager. Sie können jedoch auch genutzt werden, um eine tiefere Mitarbeiterbindung aufzubauen. Eine ehrliche und offene Kommunikation, kontinuierliche Weiterbildung sowie die Bereitstellung der wichtigen Tools, wie Team-Kommunikation Software und Sicherheitssoftware sind in Krisenzeiten besonders wichtig. 

Um mehr darüber zu erfahren, wie sich die Sicht auf Arbeitgeber in der Krise verändert hat, welche neuen Fertigkeiten in der Krise erlernt wurden und welche Faktoren bei der Jobwahl am wichtigsten sind, führten wir eine Studie mit über 7900 Mitarbeitern aus kleinen und mittelständischen Unternehmen durch. Die Teilnehmer kommen aus Deutschland, Frankreich, den Niederlanden, Spanien, Italien, dem Vereinigten Königreich, den USA, Kanada und Brasilien. Davon wurden 1098 Teilnehmer aus Deutschland befragt.

Mitarbeiter binden in Krisenzeiten Studienergebnisse

Unternehmen, die in der Krise richtig reagiert haben, konnten Mitarbeiter binden 

Arbeitgeber, die in der Krise gut reagiert und ihr Team unterstützt haben, konnten viele Pluspunkte sammeln und Mitarbeiter binden. 33 % der Mitarbeiter geben an, dass die COVID-19-Pandemie ihre Ansicht zu ihrem aktuellen Job positiv verändert hat und sie ihren Job und Arbeitgeber jetzt mehr schätzen.

13 % der Mitarbeiter schätzen ihren Job und Arbeitgeber jetzt weniger. Als Hauptgrund dafür wird angegeben, dass der Arbeitgeber hat nicht zufriedenstellend auf die Pandemie reagiert (45 %). Für 35 % der Mitarbeiter ist ihr Job seit der Pandemie eintönig, langweilig oder repetitiv geworden und für 21 % hat der Job durch die Krise seine Bedeutung verloren.

Im internationalen Vergleich schneidet Deutschland jedoch mit nur 13 % an Mitarbeitern, die ihren Arbeitgeber durch die Krise weniger schätzen, gut ab.

Mitarbeitersicht auf Arbeitgeber

Wir haben 5 Tipps für Unternehmen, wie sie Mitarbeiter in Krisenzeiten binden können. 

5 wichtige Maßnahmen zur Mitarbeiterbindung 

1. Mitarbeiter binden mit flexiblen Arbeitsstrukturen

Die Möglichkeit remote zu arbeiten ist der 3. wichtigste Faktor bei der Jobwahl

21 % der Mitarbeiter wollen nach der Krise ihren Job wechseln. Davon planen 13 % einen neuen Job in der gleichen Branche zu suchen und 8 % suchen nach einem Job in einer anderen Branche. Was sind die wichtigsten Faktoren bei der Jobwahl?

Wichtige Faktoren bei der Jobwahl zur Mitarbeiterbindung

Im internationalen Vergleich fällt auf, dass Deutschen besonders wichtig ist, eine Arbeit zu tun, die sie begeistert und für ein Unternehmen zu arbeiten, das sinnvolle Arbeit leistet. Besonders Letzteres ist für den internationalen Durchschnitt weniger wichtig. 

Auch die Möglichkeit remote zu arbeiten wurde von 30 % als einer der wichtigsten 3 Faktoren bei der Jobwahl gewählt. Nur 9 % der befragten Mitarbeiter wollen nach der Krise täglich an die Arbeitsstelle zurück. Für Arbeitgeber wird es daher entscheidend in Zukunft flexible Arbeitsmodelle einzurichten, die Remote-Arbeit ermöglichen. 

Lern- und Entwicklungsmöglichkeiten werden viel geringer als im internationalen Vergleich bewertet. In Deutschland haben die wenigsten Mitarbeiter während der Krise Schulungen erhalten. 

2. Mitarbeiter binden mit kontinuierlicher Weiterbildung 

70 % haben keine neuen Fertigkeiten für Ihren Beruf erworben 

Im internationalen Vergleich haben Deutsche am wenigsten Schulungen erhalten bzw. neue Fähigkeiten erlernt. Die Aneignung neuen Wissens, um sich anzupassen oder weiterzuentwickeln, bringt ebenso viel für das Wohlbefinden des Mitarbeiters wie für das Wachstum des Unternehmens.

Neu erlernte Fertigkeiten in der Krise

Lediglich 30 % haben sich selber Schulungen gesucht oder erhielten Trainings von ihrem Arbeitgeber/der Regierung. Dabei sind die meisten neu erlernten Fertigkeiten zu den Themen: 

  • IT-Kenntnisse wie Programmieren oder Cybersicherheit (24 %) 
  • Finanzen und Administration (18 %)
  • Vertrieb (17 %)
  • Gesundheit und Wohlbefinden (16 %) und
  • Persönliche Produktivität (16 %)

3. Mitarbeiter binden mit Schulungen zum Thema Gesundheit & Wohlbefinden 

Nur 16 % erhielten Schulungen zum Thema Gesundheit und Wohlbefinden.

Schulungen zu Gesundheit und Wohlbefinden sind in Zeiten von COVID-19 und Home-Office wichtig und sollten unbedingt von jedem Arbeitgeber angeboten werden.

Der Übergang zum Arbeiten von zu Hause aus hat dazu geführt, dass sich viele Mitarbeiter mehr denn je überarbeiten. Der Druck der Dauererreichbarkeit stellt eine große Belastung für Mitarbeiter dar. Eine ausgewogene Balance zwischen Arbeits- und Privatleben zu finden gestaltet sich häufig schwierig. Die Fernarbeit geht oft zulasten des Privatlebens. So erleben 44 % der Angestellten zu einem gewissen Grad einen Burnout, seit sie im Home-Office arbeiten. Schulungen und Hilfestellungen zum Thema Gesundheit und Wohlbefinden sind daher besonders wichtig, um Mitarbeiter zu unterstützen und ihre Produktivität zu fördern. 

Was können Arbeitgeber tun, um das Burnout-Risiko ihrer Mitarbeiter zu verringern:

  • Du solltest wissen, wie die Symptome von Burnout aussehen. Nicht jedes Anzeichen von Burnout ist offensichtlich. Wenn du in der Lage bist, Burnout früh genug zu erkennen, kannst du intervenieren, bevor es schlimmer wird.
  • Implementiere mehrere Möglichkeiten für Mitarbeiter, über Probleme zu sprechen. Mitarbeiter fühlen sich nicht immer wohl dabei, ihre psychische Gesundheit mit ihrem Vorgesetzten zu besprechen. Richte verschiedene Möglichkeiten für Mitarbeiter ein, Burnout-Probleme anzusprechen (Einzelgespräche, anonyme Umfragen, Hilfsprogramme für Mitarbeiter usw.). 
  • Um den Stress der Dauererreichbarkeit von den Mitarbeitern zu nehmen ist es wichtig, dass du Regelungen zu Arbeitszeiten sowie zur konkreten Erreichbarkeit festlegst. In Kernarbeitszeiten müssen Mitarbeitende erreichbar sein. Außerhalb der Kernarbeitszeiten muss damit gerechnet werden, dass auf Anfragen am nächsten Tag geantwortet wird.

4. Mitarbeiter binden mit der Bereitstellung der wichtigsten Tools

43 % nutzen keine digitalen Tools für die Cybersicherheit

Die Bereitstellung der wichtigsten Tools für produktives Remote-Arbeiten stellt einen wichtigen Faktor der Mitarbeiterbindung dar. Die meisten Tools werden für die Übertragung und Speicherung von Dateien verwendet, für die Onlinekommunikation und die persönliche Organisation mit Task-Managern oder To-Do-Listen.

Anzahl an verwendeten Tools

Es fällt jedoch gleich der Mangel an Software für die Cybersicherheit ins Auge. 43 % der Mitarbeiter nutzen kein einziges Sicherheits-Tool.

26 % der Mitarbeiter in KMU waren bereits Opfer einer Phishing-Attacke. Ein Drittel dieser Angriffe bezogen sich auf das Coronavirus. Cyberkriminelle nutzen gerade die Krise und die niedrigen Sicherheitsbedingungen der remote arbeitenden Belegschaft für ihre Angriffe. Viele Cyberattacken lassen sich mit relativ einfachen Mitteln deutlich reduzieren und Mitarbeiter dadurch entlasten.

Was können Arbeitgeber tun, um die IT-Sicherheit im Home-Office zu verbessern:

  • Alle Mitarbeiter sollten Antivirussoftware und Firewalls auf allen privaten und Firmen-Geräten (Laptops, Tablets, Smartphones) installieren, mit denen auf Unternehmensdaten zugegriffen wird. Auch der Einsatz von VPNs, Passwortmanagern und E-Mail-Sicherheits-Software ist stark empfohlen. E-Mail-Sicherheitslösungen sortieren schädliche E-Mails aus und verringern das Risiko eines Phishing-Angriffs deutlich. 
  • Neben dem Einsatz der richtigen Sicherheitssoftware solltest du den Schwerpunkt auf die Schulung deiner Mitarbeiter legen, damit sie gängige Hacker-Strategien wie Phishing erkennen und wissen, an wen sie sich im Falle eines IT-Notfalls wenden können. 
  • Erstelle einen Geschäftskontinuitätsplan, um auf Risiken vorbereitet zu sein und im Notfall richtig zu reagieren. Ein Geschäftskontinuitätsplan (auch Business Continuity Plan) umfasst unter anderem Strategien, um den IT-Betrieb unter Krisenbedingungen sicherstellen sowie IT-Prozesse nach einem Ausfall wiederherzustellen.

Die meisten Mitarbeiter (79 %) geben an nicht oder wenig von der Anzahl an verwendeten Tools überfordert zu sein. Unternehmen sollten sich daher nicht scheuen mehr Tools, vor allem für die IT-Sicherheit in ihrem Unternehmen, einzuführen. 

5. Mitarbeiter binden durch den richtigen Einstellungs- und Onboardingprozess

47 % bevorzugen einen persönlichen Bewerbungs- und Onboardingprozess

Bereits bei dem Einstellungsprozess und dem Onboarding von Mitarbeitern kann die Basis zur Mitarbeiterbindung gelegt werden. Ein erfolgreiches Onboarding spielt eine entscheidende Rolle für die Bindung und Motivation der Angestellten und schafft von Anfang an Sicherheit und Vertrauen in das Unternehmen.

Nur 7 % der befragten Mitarbeiter in Deutschland haben während der Krise ihren Job gewechselt. Davon haben 4 % freiwillig gewechselt, 3 % wurden entlassen. Wir wollten wissen welche Teile des Recruiting- und Onboarding-Prozesses für den neuen Job digital durchgeführt wurden. 

Digitales Recruiting und Onboarding

In Deutschland (sowie weltweit) laufen die meisten Bewerbungsprozesse noch analog ab. Die Krise hat jedoch dazu geführt, dass virtuelle Bürobesuche und Treffen mit den Kollegen stattfinden. Auch ein Viertel der Jobinterviews sind während der Krise remote geschehen. 

Einer Studie von recruitee zufolge, hat die Anzahl an Video-Job-Interviews um 200 % zugenommen. Die Dauer der einzelnen Gespräche ist jedoch sehr viel kürzer (15 Minuten im Durchschnitt).

47 % der Mitarbeiter geben an, dass sie die persönliche Variante des Einstellungs- und Onboardingprozesses bevorzugen. Lediglich 24 % gefällt das Remote-Recruiting besser, 29 % bewerten analog und digital gleich gut. 

Unternehmen sollten die Präferenzen der Mitarbeiter berücksichtigen und gegebenenfalls vor dem Einstellungsprozess fragen, ob die persönliche oder digitale Variante bevorzugt wird. Auch die Dauer der Interviews sollte länger sein. In 15 Minuten wird den Kandidaten wohl kaum genügend Zeit gegeben, um ihre Fähigkeiten und Persönlichkeit zu präsentieren.

Bewerber sollten sich jedoch vor Augen halten, dass bei einem Video-Interview zahlreiche nonverbale Eindrücke fehlen (wie ein Händeschütteln, Sitzhaltung, Etikette), die manchen Recruitern vermeintlich Aufschluss über den Charakter eines Kandidaten geben. Das Fehlen dieser Eindrücke bei Remote-Interviews ist meiner Meinung nach aber eher ein positiver Effekt und führt zu mehr Fairness im Bewerbungsprozess.

Gemischte Gefühle beim digitalen Wandel des Personalbereichs

Der digitale Wandel im Personalwesen wird mit gemischten Gefühlen betrachtet. Auch wenn Mitarbeiter gerne von zu Hause arbeiten und das auch in Zukunft wollen, haben sie doch mit Problemen wie Burnout im Home-Office zu kämpfen. Mitarbeiter sind nicht von den eingesetzten Tools überfordert und viele schätzen ihren Arbeitgeber durch die Krise mehr. Generell haben wenig Mitarbeiter ihren Job gewechselt. Auf der anderen Seite wurden wenig Möglichkeiten genutzt sich in der Krise weiterzubilden. Weder die Arbeitgeber haben Schulungen angeboten, noch die Mitarbeiter selbst nach Weiterbildungsmöglichkeiten gesucht. 

Für KMU ist es unerlässlich, Mitarbeiter in ihrer Karriereentwicklung zu unterstützen, sowohl um den neuen Anforderungen gerecht zu werden, als auch für das Wohlbefinden der Angestellten.

Lesetipps:

Wie geht es weiter? Wirf einen Blick auf unser HR Software oder Recruiting Software Verzeichnis, um das passende Tool zu finden.

Methodik der Umfrage

Die Capterra “Personalwesen im Zeitalter von Home-Office und Wohlbefinden” Umfrage wurde im Januar 2021 durchgeführt. Wir befragten Mitarbeiter in Unternehmen mit 2-250 Mitarbeitern in den folgenden Ländern:

  • Deutschland (1098 Antworten)
  • Frankreich (1001 Antworten)
  • Italien (1000 Antworten)
  • Spanien (999 Antworten)
  • Niederlande (883 Antworten)
  • UK (1050 Antworten)
  • Kanada (1012 Antworten)
  • USA (922 Antworten)
  • Brasilien (994 Antworten)

Die Antworten stellen eine repräsentative Stichprobe (nach Alter und Geschlecht) der Bevölkerung der einzelnen Länder dar. 

Un quart des employés travaille encore uniquement au bureau

En cette année 2021, les jours se suivent et, malheureusement, se ressemblent. Lors de l’annonce des mesures de reconfinement du 18 mars 2021, le gouvernement a déclaré que 29 % des contaminations au COVID-19 ont lieu sur le lieu de travail. Le premier ministre a en outre ajouté que l’objectif de 4 jours sur 5 de télétravail était encore loin d’être atteint, tandis qu’une récente étude de l’Institut Pasteur affirme que “le télétravail protège (-24 % pour le télétravail partiel, -30 % pour le télétravail total par rapport à des personnes effectuant le même travail en bureau).”

En mars 2020, l’incrédulité menait à penser que la situation ne durerait que quelques semaines, voire quelques mois. Un an plus tard, le virus persiste et signe. Dans le monde professionnel, mettre en place le télétravail est un parcours suivant une actualité imprévisible et une initiative qui semble quelque peu se relâcher. L’appel à travailler à distance, lorsque cela est possible, n’est pas toujours entendu, que ce soit du côté des employés comme celui des employeurs. Quelles sont les raisons aujourd’hui qui expliquent que pour certaines entreprises, le télétravail n’est pas appliqué, du moins pas autant qu’il pourrait l’être ?

Entre contrôle de la part de la hiérarchie et besoin de lien social, le télétravail se heurte ou s’accommode à des réalités personnelles et professionnelles aussi diverses que les individus qui les composent. 

GetApp a mené l’enquête auprès de 836 employés de PME françaises qui exercent une activité réalisable à distance, et l’effectuent en télétravail, sur site ou les deux. Dans cette étude, nous dressons un panorama des raisons qui expliquent l’adoption ou le rejet du télétravail. Vous trouverez la méthodologie détaillée en fin d’article.

Profil des répondants à notre enquête

57 % des répondants à notre enquête résident en milieu urbain, 31,5 % en milieu rural et 11,5 % en zone périurbaine.

évolution télétravail

  • 41 %  des répondants travaillent d’ordinaire dans un bureau mais partagent actuellement leur temps entre le bureau et leur domicile :
    • Parmi ces répondants, on retrouve une majorité de 36-45 ans (27 % de ce groupe de répondants) et de 36-45 ans (26 %).
    • 54 % vivent en milieu urbain, 34 % en milieu rural et 12 % en zone périurbaine.
  • 34 % se rendent d’ordinaire au bureau mais travaillent actuellement uniquement à domicile :
    • Une majorité de 26-35 ans (34 %).
    • 64 % en milieu urbain, 23 % en milieu rural, 13 % en zone périurbaine.
  • 25 % travaillent actuellement uniquement au bureau même si leur activité pourrait être réalisée à domicile :
    • Une majorité de 26-35 ans (33 %).
    • 53 % en milieu urbain, 39 % en milieu rural, 8 % en zone périurbaine.

41 % des répondants travaillent d’ordinaire en présentiel et partagent actuellement leur temps entre le domicile et le bureau

Parmi ces collaborateurs qui se rendent au bureau une partie de la semaine, 61 % expliquent que leur employeur n’autorise le télétravail que quelques jours par semaine tandis que 39 % admettent que leur employeur autorise le télétravail tous les jours, mais qu’ils ont décidé de n’en faire que quelques jours par semaine.

Ce sont donc 83 % de ces employés qui effectuent moins de 4 jours de télétravail par semaine, contrairement aux recommandations actuelles.

25 % des répondants continuent de se rendre au bureau alors que leur travail pourrait être réalisé à distance

Parmi les raisons pour lesquelles un quart des employés interrogés se rendent uniquement au bureau, la première est la plus simple : le télétravail n’a tout simplement pas été autorisé (48 % des répondants).

Dans les autres cas, l’explication est plus complexe et les raisons sont multiples. Alors que 29 % des personnes interrogées déclarent que leur employeur autorise le télétravail quelques jours par semaine et que 23 % déclarent que leur employeur autorise le télétravail à plein temps, ces répondants admettent préférer se rendre au bureau de leur propre volonté. Derrière cette démarche, des raisons personnelles ou découlant d’une certaine pression latente de la part de la hiérarchie.

Le télétravail : une exigence sanitaire devenue mode d’organisation devant s’adapter aux réalités professionnelles et personnelles

3 grandes raisons expliquent ces différents comportements : les raisons personnelles, les raisons managériales et les raisons matérielles.

1. Raisons personnelles (évoquées par 65,5 % des répondants) : le besoin de lien social

  • 49 % préfèrent le présentiel pour le lien social.
  • 8,5 % supportent mal l’isolement ou la solitude.
  • 8 % ont une situation personnelle ou un logement ne permettant pas de télétravailler correctement.

Si on sait que l’un des avantages du télétravail est le gain de temps et d’énergie grâce à l’absence de trajet, le besoin d’un rythme de vie varié explique la préférence de ces répondants pour qui le manque de contact direct avec l’équipe pèse sur le moral. Bien sûr, ceci est à inscrire dans un contexte où les loisirs et la culture sont en berne et où le couvre-feu et les confinements successifs ne font qu’empirer ce sentiment.

Si le manque de lien social est ressenti comme une souffrance par ces collaborateurs, les managers doivent repenser la manière dont ils entretiennent l’esprit d’équipe en mettant en place (sans les imposer), par exemple, des activités ou des canaux de communication informels afin d’échanger sur autre chose que les projets en cours.

2. Raisons managériales (20,5 %) : une pression hiérarchique et un manque de confiance

  • 8 % estiment que le management met une certaine pression à ce que les employés se rendent sur place.
  • 6,5 % craignent pour leur emploi ou leur carrière s’ils font du télétravail.
  • 6 % affirment que leur employeur n’encourage pas le télétravail même si certaines tâches pourraient techniquement être effectuées à distance.

En interdisant le télétravail ou en ne le permettant que quelques jours par semaine, la motivation des employés peut s’en voir passablement altérée, étant donné qu’une majorité de répondants voient dans cette réticence au télétravail un manque de confiance certain de la part du management :

Parmi les autres raisons pouvant expliquer ce sentiment de défiance, les répondants estiment que le management n’est pas formé au soutien psychologique des personnes rencontrant des difficultés à la maison (16 %). D’autre part, 19 % ont le sentiment que les employés en présentiel semblent recevoir un traitement de faveur conduisant à davantage d’opportunités de carrière ou à se voir attribuer plus de responsabilités.

Le télétravail a pourtant ceci qu’il permet une certaine autonomie et une plus grande liberté dans l’organisation de ses tâches : des qualités qui poussent les employés à une plus grande productivité.

3. Raisons matérielles (14 %) : le manque de matériel et de logiciels n’incite pas à travailler de chez soi

Ce sont là d’autres raisons qui peuvent freiner voire empêcher les collaborateurs à effectuer du télétravail :

  • 7 % ne disposent pas des bons moyens (ordinateur, connexion Internet, siège ergonomique…) pour télétravailler correctement et leur employeur n’en fournit pas.
  • 7 % ne disposent pas de tous les logiciels nécessaires à un télétravail efficace.

Si l’investissement dans le matériel a pu l’année dernière être perçu comme non prioritaire (à un moment où la crise “n’allait pas durer”), on peut considérer cet aspect de plus en plus crucial pour le bien-être des travailleurs. Il en va de même pour des logiciels permettant de prendre le relais de la vie de bureau, mais aussi de gagner en efficacité : les outils de communication et de partage de documents sont ceux qui reviennent souvent en tête des plus plébiscités. D’autant plus qu’il existe la plupart du temps des versions ou essais gratuits de ces outils, permettant d’opérer une transition dans l’organisation du travail sans pour autant s’engager immédiatement sur le plan financier.

GetApp liste dans son catalogue les outils de visioconférence, de partage de fichiers ou encore de collaboration proposant des versions gratuites.

Le travail hybride : une nouvelle norme pour aujourd’hui et pour demain ?

Malgré les obstacles et les diverses réalités qui expliquent l’adhésion ou le rejet du télétravail, une majorité de répondants affirment que leur entreprise compte évoluer et proposer un modèle de travail flexible sur le long terme :

  • Pour 54 % des répondants, le télétravail est envisagé de manière partielle au sein de leur entreprise, en alternance avec des jours sur site.
  • Pour 14 %, le télétravail est envisagé de manière permanente pour qui le souhaitera.

Le futur du travail relance également l’idée du réaménagement du territoire et accélère la décentralisation des activités, souvent l’apanage des zones urbaines. Si, une fois levées les restrictions, tous les collaborateurs ne seront pas en faveur de faire de leur domicile leur lieu de travail permanent, on pourra en revanche probablement observer la multiplication des espaces de coworking et autres initiatives collaboratives. Avec une petite moitié de répondants vivant éloignés des grands centres villes et les désirs d’exode urbain, il y a fort à parier que la flexibilité géographique sera l’un des critères futurs de la recherche d’emploi ou de rétention des employés. 

Cependant, toutes les entreprises ne comptent pas emprunter cette voie. D’après 29 % des personnes interrogées, le télétravail ne leur sera pas ou plus du tout autorisé une fois la pandémie enrayée. Encore et toujours cités, les problèmes de collaboration et de communication ainsi que la crainte d’une perte de productivité sont avancés, d’après 29 % et 27,5 % des répondants, respectivement.

22 % des personnes interrogées déclarent que les raisons allant à l’encontre de la mise en place d’un modèle de travail hybride n’ont pas été du tout communiquées.

L’émulation sur le lieu de travail et les conversations informelles, lors de pauses café virtuelles par exemple, sont néanmoins toujours possibles en télétravail. Au management de mettre en place une culture d’entreprise favorisant les échanges, en remettant l’humain au centre de l’organisation.

De l’importance de l’avis des collaborateurs pour l’évolution du télétravail                   

Sonder les collaborateurs et prendre connaissance de leurs besoins et souhaits est le meilleur moyen d’anticiper l’avenir de son organisation, une fois la pandémie enrayée (car elle le sera un jour). Reste à entendre ces besoins et d’agir en conséquence, en prenant des décisions éclairées pour l’avenir de l’entreprise et le bien-être des travailleurs.

Seule une petite moitié de répondants déclarent avoir été directement consultés sur ce sujet.

La réalité du télétravail ne sera plus la même une fois une certaine normalité rétablie. En attendant ce futur que l’on espère pas si lointain, les entreprises doivent dès aujourd’hui réfléchir à la façon dont elles souhaitent s’inscrire dans cette nouvelle ère, en interrogeant les individus qui les composent et en réalisant que le monde d’avant laisse peu à peu la place à un monde professionnel plus résilient, à l’écoute de ses collaborateurs, préparé aux imprévus sanitaires et économiques.

Et maintenant ? Consultez notre catalogue d’outils collaboratifs pour trouver l’outil qu’il vous faut.

Méthodologie

Pour recueillir ces données, GetApp a interrogé un total de 836 professionnels de PME (<250 employés) sur le territoire français. Selon leurs réponses, ceux-ci ont été répartis en plusieurs groupes de répondants. Le nombre de répondants peut ainsi varier d’une question à l’autre, selon la logique du sondage. Celui-ci a été mené du 17 février au 1er mars 2021. Les répondants devaient être âgés de plus de 18 ans, résider en France, et leur situation professionnelle devait être active. Ils sont travailleurs à temps plein (81 %) ou à temps partiel (19 %), issus de divers secteurs d’activité et font du travail présentiel ou du télétravail. Tous font un travail réalisable à distance.

Marketing de Permissão: as melhores práticas aplicadas ao e-mail marketing

Marketing de permissão aplicado ao e-mail

Uma maneira de perder um potencial cliente é enviar e-mails publicitários que ele não deu autorização para receber. O marketing de permissão existe exatamente para reverter este cenário.

Mesmo que se trate de um esforço extra, obter consentimento de seus destinatários para suas campanhas de e-mail marketing é uma etapa crucial que tornará sua abordagem mais eficiente e ajudará a atrair clientes fiéis e de longo prazo. Essa tarefa pode ser estruturada juntamente com ferramentas de e-mail marketing.

De acordo com a Gartner (relatório completo, em inglês, disponível para clientes), as taxas de abertura de e-mail marketing aumentaram 5% no segundo trimestre de 2020 em relação ao mesmo período de 2019; quanto ao tráfego, houve um aumento de 9% durante o período analisado. 

Agora que sabemos por que o e-mail marketing –com permissão do destinatário– é eficaz, vamos conhecer os prós e contras dessa estratégia e, em seguida, examinar algumas das melhores práticas para usá-la da maneira certa.

Marketing de permissão aplicado ao e-mail marketing

Quando se trata de e-mail, o marketing de permissão se refere às mensagens que dependem da solicitação do usuário e da manutenção do seu consentimento.  

Existem algumas variações do tipo de permissão:

  • Marketing de permissão expressa: o destinatário dá o consentimento explícito para receber e-mails de marketing da sua empresa.
  • Marketing de permissão implícita: o destinatário fornece o endereço de e-mail, mas não consente explicitamente em receber e-mails de marketing.
  • Marketing sem permissão: você envia e-mails de marketing para uma lista de endereços que recebeu de terceiros, mas não consta que o destinatário tenha autorizado.

O marketing de permissão expressa é o caminho a percorrer sempre que possível, porque seus usuários já deram o consentimento e estão esperando sua comunicação.

Por outro lado, o marketing sem permissão, ou até mesmo o marketing de interrupção –aquele que invade o espaço do consumidor enquanto ele consome um conteúdo–, deve ser evitado. Mesmo que o destinatário abra o e-mail, provavelmente o verá como spam, o excluirá e desenvolverá sentimentos negativos em relação à sua empresa.

Para entender o peso de cada estratégia, basta pensar na sua própria caixa de entrada. Como você se sente ao receber um e-mail promocional de uma das suas marcas ou organizações favoritas? E como você se sente ao receber publicidade de uma marca da qual nunca ouviu falar e que nunca autorizou o envio de mensagens?

Se você é como a maioria das pessoas, se sentirá bem em receber mensagens de marcas com as quais têm algum relacionamento, e desconfortável –ou coisa pior– com e-mails de marketing que você não solicitou.

Mas atenção: se o e-mail marketing com permissão é feito de maneira errada, também pode levar ao afastamento até mesmo de clientes fiéis. Então, trabalhe com as melhores práticas para evitar um resultado negativo. Além disso, opte por usar as ferramentas de marketing digital certas para sua abordagem.

Melhores práticas de marketing por e-mail com permissão do destinatário

Melhores práticas para marketing de permissão

1. Facilite o descadastro

Se um cliente opta por receber e-mail marketing da sua empresa, mesmo que você envie uma mensagem de confirmação, isso não é um contrato vitalício. Você precisa oferecer a ele uma opção de descadastramento (opt-out) no corpo do próprio e-mail –trata-se de uma recomendação do Código de Autorregulamentação para a Prática de E-mail Marketing, criado por entidades brasileiras ligadas a marketing e provedores de internet.

Essa opção deve ser visível e clara e não estar escondida em um texto minúsculo ou acessível apenas depois de vários cliques em páginas diferentes. Se você aborrecer o usuário por meio de um processo de cancelamento frustrante, poderá manchar a reputação da sua marca com ele.

Como uma ferramenta de e-mail marketing pode ajudar: gerenciar o estado e as preferências de assinatura é um dos recursos mais básicos dos softwares de e-mail marketing. É possível até mesmo receber notificações sempre que alguém se inscrever ou cancelar seus e-mails, como é o caso do MailChimp –este passo a passo ensina a configurar a funcionalidade na plataforma. 

2. Trabalhe a frequência de envio de e-mails

Tudo bem que o cliente concorda em receber seus e-mails, mas isso não significa que ele queira receber mensagens várias vezes ao dia e ter sua caixa de entrada inundada de publicidade.

Um bom ponto de partida é enviar um e-mail por semana. Você pode ajustar essa frequência ao longo do tempo usando o recurso de segmentação da sua ferramenta de e-mail marketing. Esta opção permite que você segmente sua lista geral de assinantes em grupos menores, como, por exemplo, aqueles que querem receber e-mails diários e aqueles que desejam receber mensagens apenas duas vezes por mês.

Marketing de permissão Klaviyo
Softwares permitem fazer segmentação por frequência, como o Klaviyo (Fonte)

Para isso, você deve perguntar ao usuário sobre a frequência quando ele se inscrever, além de permitir que mudanças sejam feitas a qualquer momento por meio de um link “Atualizar preferências”, disponibilizado no próprio e-mail. 

Uma outra possibilidade de retenção é direcionar para a alteração de frequência quando o usuário clicar em “Cancelar a assinatura”. Para reverter o cancelamento, você pode dar a opção de diminuir a frequência de e-mails enviados e assim acabar mantendo um assinante na sua lista.

Ainda, é importante ser consistente com a frequência. De acordo com um relatório da Gartner (relatório completo, em inglês, disponível para clientes), “as marcas de varejo que aumentaram drasticamente suas campanhas de e-mail, dobrando o volume de envios no segundo trimestre de 2020 em relação ao mesmo período de 2019, perderam 2% do tráfego total de e-mail na comparação entre os dois períodos”.

Como uma ferramenta de e-mail marketing pode ajudar: manter a conformidade com as políticas anti-spam pode parecer intimidante, mas felizmente qualquer boa plataforma de e-mail marketing incluirá recursos e alertas para ajudar os usuários a se manterem em conformidade com as boas práticas de e-mail marketing. A ferramenta Constant Contact, por exemplo, monitora todos os novos endereços que seus usuários adicionam com sinais de alerta, autentica todas as mensagens enviadas e audita com frequência todas as contas em sua rede em busca de atividades fraudulentas.

3. Aplique a regra 70/30 ao conteúdo

É ótimo ter clientes que desejam saber mais sobre seus novos produtos e promoções, mas você precisa misturar conteúdo relevante para evitar o cansaço causado pela publicidade. Uma boa regra é oferecer 70% de conteúdo informativo e 30% de promoção.

Considere que 78% dos 10% dos e-mails com maior taxa de abertura em abril de 2020 eram informativos (por exemplo, atualizações sobre a pandemia), enquanto 60% dos 10% com menor taxa de abertura estavam relacionados a vendas, de acordo com a Gartner (relatório completo, em inglês, disponível para clientes).

O poder do bom conteúdo fica evidente também em um estudo do Capterra. De acordo com a pesquisa, 92% dos consumidores brasileiros entrevistados se dizem influenciados por conteúdo de marca nas suas decisões de compra.

Veja algumas ideias de tipos de conteúdo que podem ser incluído em suas campanhas de e-mail marketing:

  • Tutoriais em vídeo mostrando as características de um de seus produtos.
  • Brindes da sua empresa ou de terceiros.
  • Resumo de notícias do setor.

Como uma ferramenta de e-mail marketing pode ajudar: como profissional de marketing, você pode carecer de tempo para criar uma campanha completa com conteúdo de qualidade que não esteja relacionado a marketing. 

Entretanto, plataformas como Google Trends, Pocket e Twitter podem ajudar você a encontrar tópicos relevantes e com alto potencial de engajamento –um software de marketing de conteúdo pode ajudar sua empresa a automatizar o processo de produção.

Conheça as melhores ferramentas de e-mail marketing

Da gestão de conformidade à criação de listas segmentadas, o marketing de permissão, especialmente no caso do e-mail, aumenta as exigências que os profissionais de marketing devem ter em mente ao criar uma campanha. Porém, como citado acima, as ferramentas de e-mail marketing podem ajudar a aliviar essa carga.

Busca ferramentas de e-mail marketing? Confira nosso catálogo.

Observação: os aplicativos selecionados neste artigo são exemplos para mostrar um recurso dentro de um contexto e não pretendem ser endossos ou recomendações. Eles foram obtidos de fontes consideradas confiáveis no momento da publicação.

Il 67% degli italiani ritiene che lavorare da casa non riduca la produttività aziendale

Il 67% degli italiani ritiene che lavorare da casa non riduca la produttività aziendale

Il 67% degli italiani ritiene che lavorare da casa non riduca la produttività aziendale

È passato ormai un anno da quando la pandemia causata dal Covid-19 e l’inizio del lockdown deciso dai governi di tutta Europa hanno costretto milioni di lavoratori a rivedere le loro abitudini e a cambiare la loro quotidianità lavorativa.

Le sfide sono state molte e molto ardue, soprattutto in termini di riorganizzazione di risorse, spazi e routine per adattarsi alla nuova realtà del lavoro da remoto. I numeri parlano chiaro, prima del lockdown in Italia lo smart working non era molto diffuso, tanto che solo il 23% delle aziende permetteva ai propri dipendenti di lavorare da casa almeno un giorno alla settimana. Dopo un anno dall’inizio della crisi sanitaria, 2 aziende su 3 stanno pensando di continuare ad operare in remoto anche dopo la fine della pandemia.

Ma come stanno vivendo i lavoratori italiani questo cambio di paradigma che ha portato ad uno stravolgimento importante della loro vita professionale? Quali sono le sfide che devono affrontare quotidianamente? Che impatto ha avuto il lavoro da remoto sulla loro produttività e sul loro benessere personale e lavorativo? Cosa sperano per il futuro? Capterra ha condotto uno studio con 1000 lavoratori italiani per indagare le loro percezioni sul lavoro da remoto rispetto al tradizionale lavoro in ufficio. Lo studio è stato esteso anche a livello internazionale e vi hanno preso parte lavoratori di ogni parte d’Europa: Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Olanda. La metodologia completa della ricerca è presentata alla fine dell’articolo.

Punti principali dello studio


Punti principali dello studio sulla produttività aziendale a casa e in ufficio

Lavorare da casa comporta meno benefici rispetto a recarsi in ufficio

A differenza della prima ondata di pandemia, in cui molte imprese si sono trovate impreparate per il lavoro da remoto, da dopo l’estate 2020 la maggior parte delle organizzazioni ha predisposto misure di sicurezza per continuare a lavorare in ufficio o si è riorganizzata per permettere ai propri dipendenti di lavorare da casa.

Tra i partecipanti al nostro studio, il 26% è passato a lavorare da remoto in seguito alla crisi del Covid-19 mentre il 5% lavorava già da casa prima della pandemia. Il 69% degli intervistati, invece, continua a recarsi quotidianamente presso il proprio luogo di lavoro.

Nota:  nonostante la maggioranza degli intervistati stia attualmente lavorando in maniera presenziale, gran parte dei lavoratori ha sperimentato nel corso dell’ultimo anno almeno un breve periodo di tempo lavorando da casa ed è così in grado di opinare riguardo i vantaggi e gli svantaggi di entrambe le modalità lavorative.

Entrando nel vivo dello studio, abbiamo voluto analizzare come cambia la percezione degli intervistati rispetto ad aspetti importanti della vita lavorativa da casa ed in ufficio:

Fattori di benessere lavorativo a casa o in ufficio

L’equilibrio tra lavoro e vita privata è l’unico aspetto che viene valutato più positivamente (47%) quando si lavora da casa rispetto a quando ci si reca in ufficio. Per il resto, i risultati indicano che i dipendenti pensano che ci siano più benefici nel lavorare dall’ufficio rispetto che da casa. Il lavoro da remoto non sarebbe perciò in grado di offrire gli stessi vantaggi di quello presenziale.

Il 70% degli intervistati ritiene che la collaborazione con i colleghi sia più semplice quando si lavora in presenza. Anche se gli strumenti per la collaborazione a distanza si sono dimostrati utili per consentire di svolgere le normali attività aziendali anche in remoto, lavorare in ufficio offre una più immediata comunicazione con i colleghi e migliora le relazioni con i manager. Questo, a sua volta, consente una migliore visibilità del proprio lavoro, che crea, di conseguenza, maggiori opportunità di avanzamento di carriera e promozione all’interno dell’azienda. Questo circolo virtuoso risulta più complicato da realizzare se si lavora a distanza.

Lavorare da casa non ha effetti sulla produttività aziendale secondo il 67% degli italiani intervistati

La produttività dei propri dipendenti è uno degli aspetti più importanti per molti manager e dirigenti. Molte aziende hanno infatti incentivato i loro collaboratori a rientrare in ufficio dopo il primo lockdown proprio temendo che lavorare da casa facesse calare il rendimento dei dipendenti e, di conseguenza, impattasse negativamente sulle performance dell’azienda.

Ma lavorare da casa è davvero sinonimo di calo della produttività aziendale? Secondo il  67% degli intervistati non è così:

Produttività aziendale lavorando da casa versus in ufficio

Il 30% degli intervistati afferma addirittura di essere più produttivo lavorando da casa. Le principali ragioni sono legate alla miglior gestione del tempo da dedicare alle proprie mansioni lavorative:

  • Non mi devo recare presso il mio ufficio o un altro spazio di lavoro (65%)
  • Meno distrazioni provenienti dai colleghi (60%)
  • Orario di lavoro più flessibile (57%)
  • Posso allestire la mia area di lavoro a mio piacimento (31%)
  • Meno meeting (22%)

Un terzo degli intervistati, invece, afferma di essere meno produttivo lavorando da casa. Le principali motivazioni sono legate alla difficoltà di concentrazione e di collaborazione con i colleghi:

  • Ho troppe distrazioni lavorando da casa (59%)
  • Trovo difficile lavorare in modo efficace senza poter vedere il mio responsabile e/o il mio team di persona (40%)
  • Fatico a tenere tutto sotto controllo (36%)
  • Lo spazio per la creatività e le sessioni di brainstorming è ridotto (27%)
  • Il mio lavoro subisce spesso ritardi causati da problemi informatici (27%)

È interessante notare come il 27% degli intervistati che incontrano difficoltà nel mantenere alto il livello di produttività aziendale lavorando da casa soffrano la presenza di problemi informatici. Dotare i propri dipendenti di una adeguata formazione in merito ai software utilizzati in azienda e ai principali rischi collegati alla sicurezza informatica è certamente utile per ridurre questi incidenti.

Le abitudini lavorative negative crescono quando si lavora da casa

Contrariamente al timore di molti manager e dirigenti, lavorare da casa sembra incentivare i dipendenti ad incrementare le ore dedicate al lavoro e ad aumentare l’insorgenza di abitudini lavorative negative:

Abitudini lavorative negative a casa vs in ufficio

Gestire bene il proprio tempo e mettere dei limiti orari all’ attività lavorativa sembra essere un’autentica sfida per i lavoratori quando si trovano ad operare da casa. Accumulare ore di straordinari, lavorare nel weekend ed essere sempre disponibili rispondendo a chiamate e messaggi al di fuori del proprio orario di lavoro sono abitudini rischiose ed insidiose, soprattutto quando non c’è una netta separazione tra ambiente domestico e lavorativo.

È importante ricordare che staccare computer e telefono al termine della propria giornata non è solo utile per un corretto equilibrio tra vita privata e lavoro, ma aiuta anche a incrementare la produttività delle proprie giornate lavorative. L’utilizzo di strumenti per la gestione del tempo può essere utile per organizzare al meglio la propria agenda e aumentare la produttività senza necessità di rinunciare al tempo libero.

Senso di solitudine e stress sono le principali sfide del lavoro da casa

Nonostante le difficoltà di separazione tra vita personale e vita lavorativa, il 40% degli intervistati ritiene di essere meno stressato quando lavora da casa rispetto a quando si reca in ufficio. Coloro che reputano invece di essere più stressati da quando non si recano più sul posto di lavoro (37%) identificano i seguenti problemi:

Fattori che causano più stress quando si lavora da casa

Il progressivo protrarsi della pandemia e l’incertezza della situazione che stiamo vivendo sta  avendo delle conseguenze su gran parte dei lavoratori italiani: il 69% degli intervistati dichiara infatti di soffrire un livello lieve o moderato di burnout. Il burnout è un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente, associato al contesto lavorativo. I principali sintomi riferiti dai lavoratori sono frequenti mal di testa (38%), sensazione di solitudine (38%) e problemi legati al sonno (35%).

il 61% degli intervistati non ha mai discusso con il manager del proprio benessere mentale

Il rischio di isolarsi e sentirsi soli lavorando da casa è uno dei pericoli più presenti e mai come in questo momento accogliere adeguatamente i nuovi assunti, ascoltare i propri dipendenti riguardo i loro problemi ed organizzare attività di team building in remoto per farli sentire ancora parte di un gruppo sono necessità che le aziende non possono ignorare.

Nota: nello studio non parliamo di burnout diagnosticato da professionisti del settore medico. Nel sondaggio, infatti, i dipendenti stessi hanno stimato il loro grado di burnout senza aver ricevuto una diagnosi ufficiale o condotto un autotest.

Il 70% dei dipendenti preferirebbe un modello che combini lavoro da casa e in ufficio per il futuro

Lavorare al 100% in ufficio sembra essere un modello superato per i dipendenti, ma anche lavorare full-time da casa, a causa dei problemi analizzati in precedenza, non sembra essere un’opzione viabile per il futuro. Dunque, cosa auspicano i dipendenti per il proprio futuro professionale?

Come desiderano lavorare i dipendenti dopo la pandemia

Per il futuro, il 70% degli intervistati preferirebbe un modello ibrido, che combini i vantaggi e i benefici del lavoro da casa e in ufficio. In particolare, lavorare la metà del tempo a casa e recarsi in ufficio per il resto del tempo sembra essere la soluzione ottimale per 1 intervistato su 3.

Qualsiasi sia la scelta che ogni azienda prenderà in merito al proprio futuro, appare sempre più evidente come il mercato del lavoro stia evolvendo. Manager e imprenditori saranno dunque incentivati a includere la flessibilità tra gli asset principali per mantenere la propria forza lavoro e attrarre nuovi talenti. Per sostenere la produttività dei dipendenti nel lungo periodo, inoltre, appare sempre più necessario dotare il proprio team di strumenti di collaborazione e comunicazione a distanza e di tool che agevolano il lavoro da remoto.

La situazione nel resto d’Europa

Dal nostro studio, emerge che, come i lavoratori italiani, anche i dipendenti del resto d’Europa auspicano a un nuovo modello di lavoro ibrido che possa agevolare l’equilibrio tra lavoro e vita personale:

Come desiderano lavorare i dipendenti europei dopo la pandemia

Il modello che combina il 50% del lavoro da casa e il 50% in ufficio è la scelta più gradita per la maggior parte dei Paesi. Nel Regno Unito, addirittura, la maggior parte dei lavoratori vorrebbe ridurre ulteriormente il tempo in ufficio a un 25%.

A livello di produttività aziendale, ci sono opinioni discordanti in merito all’impatto del lavoro da casa:

Produttività lavorando da casa vs in ufficio in Europa

Mentre in Germania, come nel caso dell’Italia, il lavoro da casa non sembra avere alcun impatto sulla produttività, i lavoratori di Olanda e Regno Unito avvertono invece un calo quando operano tra le mura domestiche. Al contrario, i dipendenti francesi e spagnoli affermano che la propria produttività aziendale venga positivamente influenzata dal lavoro in remoto.

Un dato allarmante, ma comunque molto inferiore rispetto alla tendenza italiana (61%), è che gran parte dei dipendenti europei non ha mai discusso con il proprio manager riguardo il proprio benessere mentale.

il 44% degli intervistati europei non ha mai discusso con il manager del proprio benessere mentale

Il mondo lavorativo, al pari di tanti altri aspetti della vita personale, sta subendo irrimediabilmente le conseguenze della pandemia. L’attenzione al benessere dei propri dipendenti e l’apertura verso le loro nuove esigenze stanno diventando sempre di più la base per sviluppare un clima lavorativo positivo e produttivo e per agevolare la sopravvivenza stessa di molte attività.

La flessibilità si sta convertendo in uno dei benefit aziendali più apprezzati

L’equilibrio tra vita personale e lavoro è stato messo a dura prova dalle sfide che la pandemia ci ha presentato nel corso dell’ultimo anno. A 12 mesi di distanza dall’inizio dell’emergenza, possiamo affermare che i desideri e le abitudini dei dipendenti di tutta Europa stanno cambiato e il mondo lavorativo sta subendo un’importante rivoluzione.

La flessibilità sta rapidamente diventando uno tra i più apprezzati benefit aziendali. Infatti, anche se lavorare in remoto o da casa non ha così tanti vantaggi come si poteva pensare in un primo momento, i dipendenti non desiderano tornare ad un modello lavorativo al 100% presenziale una volta che l’emergenza sarà rientrata.

Il telelavoro presenta però sfide importanti, sia a livello personale che professionale: contribuisce a creare stress e burnout professionale, fa emergere stati emotivi difficili da gestire e accentua la diffusione di abitudini negative in materia di salute sul lavoro. Per queste ragioni, è vitale che manager e imprenditori prendano coscienza dell’importanza di tenere conversazioni con i propri dipendenti sul loro stato emotivo e fisico, soprattutto quando si lavora a distanza.

In conclusione, prendersi cura del benessere emotivo e lavorativo dei propri dipendenti non è solo necessario per mantenere un clima di lavoro positivo e propositivo, ma anche per affrontare al meglio le nuove sfide che stanno emergendo e sostenere la produttività aziendale a lungo termine.

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Metodologia dello studio

Per raccogliere i dati per questo studio, Capterra ha condotto un sondaggio online a gennaio 2021.

I 1000 intervistati hanno tra i 18 e i 65 anni, risiedono in Italia e la loro situazione lavorativa è la seguente:

  • Lavorano in aziende fino a 250 dipendenti
  • 71% lavora a tempo pieno
  • 29% lavora part-time

Il campione è così composto:

SESSO:

  • 50% uomini
  • 50% donne

ETÀ:

  • 10% 18-25 anni
  • 21% 26-35 anni
  • 33% 36-45 anni
  • 23% 46-55 anni
  • 13% 56-65 anni

Gli intervistati negli altri Paesi europei sono stati selezionati seguendo i medesimi criteri. Di seguito il dettaglio del numero di partecipanti allo studio, divisi per Paese:

  • Francia: 1001
  • Germania: 1098
  • Olanda: 883
  • Spagna: 999
  • Regno Unito: 1050

Streaming de vendas: como fazer lives para vender produtos

Saiba como criar um streaming de vendas

Saiba como criar um streaming de vendas

Você pode até achar que nunca ouviu falar de streaming de vendas, mas provavelmente já assistiu ou viu a divulgação de um evento desse tipo. Também conhecido como shopstreaming ou live de vendas, o conceito é relativamente novo. No entanto, sua origem remonta aos programas de televendas de décadas passadas que vendiam utensílios variados, de faca de cozinha a equipamentos de ginástica –no Brasil a prática se popularizou através de canais como Polishop TV.

O streaming de vendas, portanto, pode ser considerado o televendas do século 21. Com o auxílio de ferramentas específicas, como um software de live streaming, as marcas são capazes de fazer transmissões online e em tempo real para mostrar e vender produtos, na sua própria homepage ou por meio das suas contas de redes sociais. 

Na modalidade, o consumidor vê o produto durante a live, clica no link ou escaneia o QR code e realiza a compra. 

A experiência do streaming de vendas é ao mesmo tempo interativa e imersiva, já que é possível promover ofertas especiais durante as transmissões e interagir com o público, resolvendo suas dúvidas sobre o produto promocionado —sistemas de gestão de vídeos ajudam a viabilizar a interação.

Em um país que bate recorde no consumo de vídeos, a ideia de um streaming de vendas é bastante sedutora. Não é à toa que empresas como Americanas, Riachuelo, Chilli Beans e Shoptime já se renderam ao modelo e organizaram suas próprias lives de vendas. 

Portanto, se seu objetivo é organizar este tipo de ação para sua loja, neste artigo o Capterra explica tudo sobre o que é shopstreaming e como usar este modelo a seu favor.

Streaming de vendas em cifras: vale a pena investir?

A China foi um dos países onde a prática de shopstreaming se consolidou primeiro. Por lá, há diversos registros de casos de sucesso do live streaming e-commerce (outro nome pelo qual essa experiência é conhecida), e a modalidade já se consolida como um importante canal de vendas no país. 

Um desses exemplos vem da gigante do e-commerce Alibaba. Durante o período de pré-vendas para o Dia dos Solteiros –uma das principais datas do varejo chinês–, a plataforma de live streaming do grupo Alibaba, o Taobao Live, registrou um total de US$ 7,5 bilhões –cerca de R$ 43 bilhões– em transações em apenas 30 minutos de transmissão (conteúdo em inglês). 

E tem mais: informações do mesmo Taobao indicam que as lojas que implementaram o modelo de live aumentaram suas vendas em 70% dos casos

No Brasil, marcas que já testaram a modalidade também colheram bons resultados. A varejista Americanas, por meio de seu projeto de shopstreaming Americanas Ao Vivo, registrou um crescimento de mais de dez vezes na busca dos produtos divulgados durante as lives e uma conversão de vendas sete vezes maior. 

Outro caso semelhante de sucesso é da rede Magazine Luiza (Magalu). Durante uma apresentação no Youpix, o gerente de marketing da varejista, Pedro Alvim, destacou que após realizar uma live sobre jardinagem, a rede vendeu três toneladas de terra vegetal. Já na live sobre produtos veganos, o Magalu registrou um aumento de 300% na busca por itens da categoria. 

Os números por si só já são um bom motivo para se aventurar a fazer uma live de vendas, mas há também outras boas razões nesta estratégia: alcançar mais consumidores, desencalhar produtos do estoque e aumentar a propagação da marca entre novos clientes.

A live de vendas na prática

O streaming de vendas funciona no conceito de compra imediata, o “see now, buy now” (em tradução livre: veja agora, compre agora). Portanto, a junção de entretenimento, conteúdo e marketing é fundamental para o consumidor tomar a decisão de compra.

No geral, a atração é comandada por uma personalidade, por exemplo, influenciadores digitais ou artistas renomados –ou até mesmo o próprio CEO da empresa, como já registrado no mercado chinês. Para pequenas e médias empresas (PMEs), o evento pode ser liderado por apresentadores, mestres de cerimônias ou até micro e nano influenciadores, o que se adaptar melhor ao orçamento. 

Esta pessoa será responsável por comandar a live e incentivar o público a comprar o que está sendo anunciado. O mais importante é que ela saiba transmitir a mensagem e esteja familiarizada com os produtos à venda –e, para isso, trabalhar previamente o conteúdo é mandatório. 

O ideal é que a live de vendas não fique restrita apenas à promoção publicitária do produto, mas também agregue informações relevantes ao consumidor. Se você for promocionar uma bebida orgânica no seu streaming de vendas, um dos tópicos a ser abordado deve estar relacionado aos processos de produção que a fazem orgânica.  

Além disso, é possível promover a interação direta com o público por meio de um chat, que também pode funcionar como atendimento ao cliente para tirar dúvidas e enviar solicitações ao apresentador. Por isso, é importante conhecer bem as características do produto para dar as respostas certas. 

Outra vantagem da live é a possibilidade do acompanhamento das vendas em tempo real, já que as compras feitas durante o evento geralmente estão associadas a um QR Code ou a códigos de descontos exclusivos. 

Os diferentes tipos de streaming de vendas 

Temática: a live é baseada em um tema e todos os produtos devem estar atrelados à mesma categoria. Por exemplo, se você for falar de cabelos, além de apresentar diferentes itens do segmento, deve trazer dicas relevantes sobre cuidados com os fios.

Por produto:  define-se um mesmo tipo de produto para apresentar durante o evento. Uma live de camisetas para diferentes públicos seria um modelo desta categoria.

Demonstração: a ideia é mostrar o produto sendo utilizado pelo apresentador. É um formato que cabe bem para promover utensílios de cozinha ou cosméticos.

Entretenimento: além de apresentar produtos à venda, organiza-se um pequeno espetáculo, que pode incluir um número musical ou um show de comédia, por exemplo.

Lançamento: neste tipo de evento, a marca lança um novo item no portfólio ou uma nova coleção de produtos.

Organize seu próprio streaming de vendas

Criar um shopstreaming não é difícil e o custo, relativamente baixo, se comparado com outras estratégias de vendas. Você vai precisar, principalmente, de uma plataforma que realize transmissão de eventos ao vivo pela internet –inclusive, existem no mercado alguns programas para fazer live gratuitos.

Outros pontos importantes a serem observados na hora de fazer um streaming de vendas são:

Audiência 

Identifique o perfil dos espectadores da sua live de vendas. Isso ajudará você a definir os produtos ofertados, a linguagem da apresentação e os canais em que a atração pode ser divulgada. Se sua empresa já usa ferramentas de automação de marketing, ações anteriores podem servir de termômetro para entender características da sua audiência. 

Plataforma

Faça sua live de vendas na rede social na qual sua marca já possui um maior número de seguidores. Observe também as possibilidades de interação com o público que a plataforma oferece, como chats e comentários. Mídias sociais como Facebook, Instagram, YouTube, Twitch e TikTok oferecem a possibilidade de criar lives. Para ter ferramentas mais completas e otimizar sua transmissão ao vivo, vale a pena considerar o uso de um software de streaming

Divulgação  

Nas suas redes sociais, promova o dia, o horário e o canal em que a live será exibida, destacando algo que motive o público a assisti-la (um desconto, por exemplo). Você também pode divulgar sua live por meio de mensagens, usando um sistemas de SMS em massa, ou por meio de uma newsletter com ajuda de ferramentas de e-mail marketing

Produtos 

O shopstreaming é mais adequado para produtos físicos. Na hora de selecionar os produtos e as ofertas que serão apresentados na live, tenha em mente o público-alvo mais abrangente da plataforma escolhida, além do conteúdo a ser abordado. Uma boa maneira de definir produtos é analisar dados para identificar aqueles com maior e menor saída a partir de compras passadas.  

Apresentador ou apresentadora 

Engajamento é a palavra-chave, portanto vale a pena considerar uma pessoa com um bom relacionamento com o seu mercado. Pode ser um apresentador ou alguém não profissional que tenha uma boa conexão com a marca ou os produtos anunciados. No caso de optar por um live streaming com influenciadores digitais, dê prioridade para alguém com bastante seguidores e alta taxa de engajamento.

Estoque

Mantenha o seu estoque sincronizado com o canal de vendas. Sistemas ERP são extremamente úteis para manter diferentes setores conectados, evitando assim que você promocione um produto que está esgotado em seu portfólio.

Promoção

Nestas campanhas, é comum que além de apresentar produtos, varejistas também invistam em ações promocionais. Você pode oferecer descontos em todos os itens que aparecerem na live, promover cupons de desconto ou brindes para quem comprar determinado produto. Além de ser uma maneira de desencalhar produtos do seu estoque, esse tipo de ação deixa sua live mais atraente.

Cenário

Por ser bastante visual, é muito importante investir no cenário da live de vendas. Uma sugestão é não pecar pelo excesso para não tirar o foco dos produtos, mas também não seja minimalista demais a ponto de desencantar o espectador.

Equipamentos

A qualidade do áudio e do vídeo de uma live de vendas também é um fator muito importante. O planejamento cuidadoso da ação pode ter resultados negativos se a execução não tiver o mesmo cuidado. Para isso, programas de edição de áudio e ferramentas para fazer vídeo podem ajudar você e sua marca a alcançarem o sucesso esperado com a live.

Conexão

Previamente, certifique-se que sua rede WiFi está funcionando bem e consegue transmitir um vídeo de alta qualidade. Tenha uma “conexão B” que possa dar conta de qualquer imprevisto.

Depois de transmitir sua live de vendas, é importante analisar os dados de acesso ao evento para entender a quantidade de visualizações, se aumentou seus seguidores, qual momento da live teve mais espectadores e a taxa de retenção. Assim você pode empregar melhorias no seu próximo evento! 

Como fazer uma live de vendas

Uma lista de lives de vendas para se inspirar

A Riachuelo realizou a live de vendas de maior público até agora no Brasil, com apresentação das influenciadoras Andressa Suita e Mari Maria e participação da dupla sertaneja Simone e Simaria. Somadas, as quatro têm mais 80 milhões de seguidores no Instagram e estão fortemente conectadas com o setor de moda feminina. Na live, todas elas usaram roupas da marca, que estavam sendo vendidas ao vivo, com desconto, durante a transmissão.

A Farm é outra marca que investiu no livestreaming por meio da sua Lojix, uma plataforma interativa de compras. Na transmissão da Farm, duas apresentadoras apresentam o item, descrevem o material das roupas e dão dicas de como combinar o modelo. O produto fica disponível na tela para quem quiser comprá-lo e há ainda a opção de interagir na plataforma, por meio de um chat ao vivo.

Exemplo de streaming de vendas da Farm
A marca de roupas Farm investiu na sua própria plataforma de streaming de vendas (Fonte)

A loja de chocolates Dengo também apostou em um modelo parecido. Chamada de Loja ao Vivo, o streaming reflete no online a experiência de compra de uma loja física. Um funcionário fica disponível ao vivo em uma das unidades físicas da Dengo e responde as dúvidas de consumidores, que podem visualizar o mix de produtos disponível e comprá-los por meio do menu lateral.

Live de vendas em PMEs
Na live de vendas da loja Dengo, um especialista fica disponível para responder dúvidas dos clientes sobre os produtos (Fonte)

O shopstreaming é a prova de que uma imagem vale mais do que mil palavras. A demonstração dos produtos em tempo real exerce forte atração sobre o consumidor, muito maior do que os anúncios estáticos. Agora que você já sabe como fazer: o que você está esperando para fazer seu streaming e aumentar suas vendas?

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Desarrollo profesional durante la pandemia: el 57 % de los empleados de pymes ha adquirido nuevas habilidades

Desarrollo profesional durante la pandemia en España

Desarrollo profesional durante la pandemia en España

El crecimiento y desarrollo profesional en la nueva era del trabajo

El desarrollo profesional durante la pandemia del coronavirus es un desafío para los empleados, por un lado está la cuestión de supervivencia del negocio y mantener el puesto de trabajo, y por otro lado están las oportunidades de crecimiento dentro la empresa o fuera de ella. Aunque existen herramientas de análisis para Recursos Humanos también es importante la comunicación en persona de la empresa con los trabajadores para conocer su situación actual, tanto de salud como de inquietud profesional.

Capterra ha realizado un estudio sobre bienestar y desarrollo profesional en la nueva era del trabajo, el primer artículo se enfocó en el tema del bienestar en el trabajo remoto, en este segundo artículo se aborda el desarrollo profesional actual ya sea en un trabajo presencial o en remoto.

¿Es posible crecer profesionalmente en una empresa ahora mismo? ¿Se han tenido que adquirir nuevas habilidades durante este periodo de COVID-19? ¿Están contentos los trabajadores en la organización donde se encuentran? Estas son algunas de las cuestiones que se tratan en este reporte.

Para este estudio, Capterra realizó una encuesta a empleados de pequeñas y medianas empresas en varios países: España, Francia, Países Bajos, Reino Unido, Estados Unidos, Canadá y Brasil. Este artículo está basado principalmente en los resultados de España aunque en algunos puntos, para comparar, se hace referencia a otros países o la media de todos ellos. Ve al final del artículo para leer la metodología completa.

El cambio profesional en España es bajo durante la pandemia

En España la mayoría de los participantes de la encuesta mantuvo su mismo puesto de trabajo (81 %), mientras que el resto tuvo los siguientes cambios:

  • 8 % fue promocionado en la misma empresa.
  • 5 % fue trasladado a otro departamento en la misma empresa.
  • 4 % fue despedido o suspendido y tuvo que buscar otro trabajo en otra empresa.
  • 2 % voluntariamente aceptó otro trabajo en otra empresa.

El segmento que sufrió cambios de promoción es de 8 %, un indicio de que el desarrollo profesional dentro de la empresa avanza pero no mucho durante este periodo de crisis sanitaria.

Hay un efecto similar en otros países, el estudio indica que en Los Países Bajos (12 %) y Estados Unidos (10 %) es dónde hay mayor porcentaje de promoción dentro de la misma empresa en este periodo de tiempo, tan sólo cuatro y dos puntos porcentuales, respectivamente, por encima de España, que es el tercer país en este aspecto con respecto a los encuestados. 

El 57 % de los empleados en España han tenido que adquirir nuevas habilidades laborales durante la pandemia

La encuesta indica que poco más de la mitad de los empleados en España tuvo que adquirir nuevas habilidades durante la pandemia.

Desarrollo profesional durante la pandemia: mayoría de trabajadores adquirió nuevas habilidades laborales

La adaptación del negocio a las nuevas formas de operar, especialmente el trabajo remoto tanto para operaciones internas como externas, ha obligado a los trabajadores a conocer y utilizar nuevas herramientas. 

En España, un 57 % de los encuestados, de una u otra manera, se formó en nuevas habilidades para poder seguir siendo productivo durante la pandemia. Siendo el segundo lugar de los países encuestados en este aspecto, sólo por debajo de Brasil (71 %) y por encima de Estados Unidos (51 %). 

Habilidades laborales adquiridas durante la pandemia

Como se observa en la gráfica, algunas de las habilidades desarrolladas están relacionadas con conocimientos operacionales como las habilidades digitales (posiblemente en software para teletrabajar, plataformas de comunicación en equipo, entre otras) o habilidades profesionales como el análisis de datos o ventas. Mientras que otras de las capacidades adquiridas son en bienestar y salud.

Esto muestra que en la situación actual el desarrollo profesional también va de la mano con el desarrollo personal. En esta época de crisis económica e incertidumbre es indispensable el bienestar mental de los empleados. Las empresas deben estar muy atentas a este tema, para ello pueden hacer encuestas, videollamadas o tener sistemas de retroalimentación 360º.

Los empleados no se sienten muy abrumados por la cantidad de herramientas digitales que utilizan

A pesar de tener que adquirir nuevas habilidades, utilizar nuevas herramientas digitales y cambiar su mentalidad de operar debido a la COVID-19, los empleados en España no se sienten casi abrumados por la cantidad de software que utilizan. Sólo un 6 % dice que está abrumado o muy abrumado, mientras que un 24 % señala que algo abrumado.

A nivel internacional este dato es muy parecido, de media solo un 7 % de los empleados en el resto de los países se siente abrumado o muy abrumado, y un 19 % algo agobiado.

Esto indica un control y destreza en el uso de las herramientas y plataformas digitales que se están usando actualmente. La adaptación de trabajar a distancia (total o parcialmente), que va de la mano con la formación en nuevas habilidades, parece que se ha asentado y los empleados no tienen problema en utilizar una variedad de software para diferentes tareas.

Herramientas digitales más utilizadas por empleados

Como se ha visto en estudios anteriores de Capterra, las herramientas que posibilitan el teletrabajo son las más utilizadas actualmente, por ejemplo: software para almacenar datos, sistemas de seguridad informática, software de videoconferencia, herramientas de colaboración o programas para hacer presentaciones.

Los empleados también están utilizando software para su organización personal y gestión del tiempo. Eso puede ser para tener un mayor control de sus tareas y tiempo invertido en ellas, y de esta forma optimizar la productividad. 

Después de la pandemia, ¿mantener el mismo trabajo o cambiar?

Como media, un 75% de los empleados a nivel internacional planea quedarse en el mismo sitio de trabajo una vez terminada la pandemia, en España este dato es del 77 %.

Por su parte, el 23 % de los empleados españoles quiere buscar otro trabajo (mismo o diferente sector) o realizar otra actividad como montar su negocio o tener un segundo trabajo; la media internacional de los países encuestados que busca dejar su trabajo actual es del 25 %.

Para este grupo, en España, los factores más importantes a la hora de evaluar un empleo cuando termine la pandemia son:

  • 65 % Salario y beneficios 
  • 39 % Oportunidades de aprendizaje y desarrollo
  • 39 % Trabajar en algo que apasiona
  • 33 % Capacidad de controlar la jornada laboral
  • 32 % Poder trabajar desde casa o a distancia

Salario y beneficios son un aspecto fundamental al evaluar un trabajo pero también hay un interés en crecer profesionalmente, así como realizar actividades que apasionan.

El control sobre la jornada y trabajar a distancia también está sobre la mesa, ya es un formato que se ha probado y los empleados quieren continuarlo.

La crisis del coronavirus ha causado disminución de interés de los empleados hacia su empresa y trabajo

La irrupción del coronavirus ha hecho que a un 19 % de los empleados en España le guste menos su trabajo y empresa actual. Los tres motivos principales son: el trabajo se ha vuelto monótono, aburrido o repetitivo (53%), la respuesta de la empresa a la pandemia ha sido insatisfactoria (29%) y el trabajo ha perdido su significado desde que inició la pandemia (18 %).

Los empleados en España buscan estabilidad laboral: adquieren nuevas habilidades y planean no cambiar de trabajo

El estudio indica una tendencia de los trabajadores a mantenerse competitivos para tener una estabilidad laboral en la situación actual. Algunos de los indicadores de ello son:

  • La mayoría de los trabajadores se mantuvo y planea quedarse en su puesto de trabajo cuando termine la pandemia. El porcentaje de los encuestados que buscan voluntariamente trabajo en otra empresa es mínimo.
  • Más de la mitad de los encuestados se ha formado en nuevas habilidades para adaptarse a la nueva situación. Estas habilidades son tanto laborales como de salud, esto indica una preocupación integral sobre como afecta la nueva forma de trabajar.
  • El sentimiento general de no estar muy abrumado por el número de herramientas digitales que se usan día a día indica que los empleados se han esforzado a controlar y acostumbrarse a ellas.

Aunque existe un porcentaje que busca un cambio o que está experimentando ascenso o cambio de rol en el trabajo, este es menor. Tanto en España como en el resto de los países encuestados, los empleados, en general, planifican quedarse en sus empresas incluso pasada la pandemia.

Infografía Trabajo en nueva era y desarrollo profesional durante la pandemia

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Metodología de la encuesta
Para recopilar los datos de este informe hemos llevado a cabo una encuesta online durante enero del 2021. Las respuestas provienen de una muestra del mercado español. La encuesta se envió a 1744 personas, entre los que se seleccionaron 999 para este informe sobre bienestar y desarrollo profesional en la nueva era del trabajo. El criterio de selección del participante de este estudio es:
  • Debe ser residente en España.
  • Debe trabajar a jornada completa o parcial en una pequeña o mediana empresa.
  • Tener entre 18-65 años.
Los participantes provienen de diferentes sectores de la industria.
Para comparar con los demás países encuestados, se utilizaron los resultados de la misma encuesta con un total de 6861 participantes de Estados Unidos, Reino Unido, Canadá, Brasil, Países Bajos, Francia y España.

Comment créer son storytelling de marque ?

Si vous avez vu la série Mad Men, vous avez sûrement été captivés par les légendaires argumentaires de Don Draper. Bien plus que de vendre un simple produit, ce publicitaire de génie parvient à vendre une histoire.

De nos jours, les publicités ciblées et intrusives sur Internet cèdent progressivement la place à des méthodes plus subtiles mais encore plus efficaces. Le storytelling est l’un de ces outils marketing qui accrochent naturellement le public en intégrant le message publicitaire dans une histoire qui capte l’attention. C’est un excellent moyen pour les entreprises et les marques de valoriser leur image et de séduire les consommateurs à travers des récits vecteurs de valeurs.

Pour tirer parti du storytelling de marque, il est important de suivre une certaine méthodologie afin d’écrire sa propre histoire et de la mettre en œuvre. Une fois celle-ci élaborée, les logiciels pour réseaux sociaux et les outils pour community managers servent aujourd’hui à la faire vivre et à l’amener jusqu’aux lecteurs, qu’ils soient des clients déjà acquis ou de futurs consommateurs.

Qu’est-ce que le brand storytelling ?

Littéralement, le storytelling est l’art de raconter une histoire. Son but est de toucher le lecteur et de susciter son adhésion à une cause. Cet enjeu est essentiel au storytelling et le distingue des autres types de récits dont l’objectif peut être une simple narration ou une description. En effet, le storytelling est une technique de communication visant à accroître la notoriété d’une entreprise ou d’une marque.

C’est l’exemple de la marque Apple dont l’histoire débute dans un garage. C’est aussi l’exemple de la marque Ikea qui a su construire son image autour de petites anecdotes comme la campagne “Reprenez place à table”.

Sous nos latitudes, des marques comme Michel et Augustin inspirent de plus en plus les jeunes marques par leur expérience du brand storytelling. Ce dernier exemple ne se limite pas à l’histoire de la marque, mais vante diverses valeurs et les fait vivre à travers une stratégie de communication présente sur ses produits, en ligne ou dans la vie réelle.

Les avantages du brand storytelling

Si le storytelling figure aujourd’hui parmi les stratégies marketing prisées par les entreprises, c’est parce qu’il permet notamment d’aborder les problématiques suivantes :

  • Développer une identité attractive et un positionnement bien défini
  • Véhiculer les messages publicitaires d’une manière ludique et divertissante
  • Capter et maintenir l’attention du public grâce au récit
  • Séduire et générer des leads par un langage moins commercial, mais tout aussi accrocheur
  • Agir sur les sentiments plus que sur la raison pour faciliter la rétention de l’information et susciter l’adhésion
  • Consolider le capital sympathie de la marque en créant un lien affectif entre celle-ci et le public
  • Se démarquer de la concurrence et promouvoir l’image de marque ainsi que les valeurs de l’entreprise

L’un des atouts majeurs du storytelling est son adaptabilité au marketing digital, en particulier aux médias sociaux qui se positionnent aujourd’hui comme les premiers canaux de diffusion publicitaire. Il est toutefois nécessaire de suivre quelques conseils clés pour créer son brand storytelling.

Comment faire un storytelling : méthodologie

Le brand storytelling peut porter sur l’histoire même de la marque ou de l’entreprise, sur une anecdote autour du produit ou encore sur une valeur que ce produit ou service suscite. Prenez votre plus belle plume ou faites appel à un rédacteur : le but est de bien choisir les mots qui donneront corps à votre récit et permettront de construire l’histoire que vous souhaitez raconter. 

Voici les 5 étapes essentielles pour élaborer votre storytelling et soigner votre mise en récit :

1. Identifiez votre cible

C’est le point de départ de toute stratégie marketing. Au risque de passer à côté de votre objectif, vous devez déterminer le public visé par votre produit ou service et donc l’histoire que vous vous apprêtez à leur raconter.

Quelle est la tranche d’âge de vos clients et potentiels consommateurs ? Quels sont leur pouvoir d’achat, leurs centres d’intérêt, leur style de vie ? À quelles causes adhèrent-ils ? Quels sont les canaux et moyens de communication qu’ils utilisent ?

2. Déterminez les valeurs à transmettre

Ensuite, identifiez les valeurs qui vous définissent et que vous souhaitez illustrer. Celles-ci seront les piliers de votre récit et constituent le point d’ancrage de votre histoire et de l’adhésion du public.

Ces valeurs peuvent par exemple porter sur le cercle familial ou amical, l’environnement et la consommation responsable, l’innovation et l’avant-gardisme, l’importance de la lenteur dans un monde effréné, la collaboration et le partage d’idées, ou tout autre message que votre marque souhaite véhiculer.

Elles peuvent ensuite être qualifiées selon divers adjectifs : la convivialité, le dépassement de soi, la l’intégrité, la proximité, l’audace…

Vous pouvez alors décider quel angle vous souhaitez adopter : conter l’histoire de votre marque ou inscrire vos valeurs dans une fiction.

3. Construisez un récit cohérent

Effectuez des sessions de brainstorming en équipe à l’aide d’un logiciel de tableau blanc afin de stimuler l’inspiration et recueillir un grand nombre d’idées dans lesquelles piocher les petites comme les grandes lignes de votre récit. La réalisation d’un storyboard est également un bon moyen de construire votre récit.

S’il s’agit de l’histoire de votre marque, votre récit répondra aux questions suivantes : 

  • D’où sommes-nous partis ?
  • Comment en sommes-nous arrivés là ?
  • Quelles ont été les épreuves et les motivations ?

Misez sur l’authenticité : le mensonge n’a jamais été une valeur refuge et ceci est valable pour le brand storytelling. Si votre marque est récente, elle n’en a pas moins un historique de création. Reposez-vous sur quelques éléments forts de l’histoire de votre entreprise autour de son ou ses fondateurs, les circonstances et les raisons de sa création ou encore des anecdotes relatant les réussites et les échecs éventuels.

Si vous souhaitez plutôt vous éloigner de la marque et vous concentrer sur une valeur particulière, envisagez votre storytelling comme un véritable mini scénario de fiction. Placez l’humain au cœur de votre récit et créez des personnages proches de votre public afin de créer un sentiment d’identification ; laissez le produit en arrière-plan.

Dans les deux cas, adoptez un langage accessible et naturel. Inspirez-vous des divers tons et styles narratifs pour la rédaction de votre histoire : est-ce un récit poétique, humoristique, qui joue sur le suspense ? Ne sous-estimez pas l’importance des mots : utilisez-les à bon escient et demandez leur avis à plusieurs collaborateurs afin de vous assurer que rien dans votre récit ne froisse ni ne prête à confusion.

4. Le format et l’aspect visuel

Choisissez un format qui convienne à votre histoire et qui soit le reflet de votre marque (et de votre budget !). Souhaitez-vous un récit sous forme de texte uniquement ? Dans ce cas, celui-ci ne devrait être ni trop long pour ne pas ennuyer le lecteur, ni trop court pour pouvoir avoir l’espace de développer votre récit. Vous pouvez élaborer une planche tendance (également connue sous le nom de moodboard) pour vous aider à visualiser l’ambiance, les mots-clés, les couleurs qui habilleront votre contenu.

Avez-vous les moyens de tourner une série de vidéos ? Passez une annonce de casting afin de trouver le ou les visages de votre marque. Vous pouvez avoir recours à une agence pour le tournage ou utiliser un bon smartphone et un trépied ; dans ce cas, assurez une certaine qualité visuelle et au niveau du jeu d’acteur, au risque de décrédibiliser vos intentions.

Plus simplement, une série de publications sur les réseaux sociaux constituée de posts accompagnés d’une image peuvent être tout aussi efficaces. Vous pouvez découper votre histoire en chapitres afin d’inscrire votre storytelling dans la durée et ainsi alimenter les réseaux sociaux sur une période donnée. Le contenu sur ces médias étant perpétuellement remplacé par du nouveau contenu, marquez le lecteur et donnez-lui envie de vous suivre.

Si vous optez pour ce format, évitez les banques d’images impersonnelles ; optez pour des photographies originales ou faites appel à un illustrateur dont le style correspond à l’image que vous désirez renvoyer.

5. Diffusez votre histoire de manière efficiente

Dernière étape : la diffusion de votre storytelling de marque. Pour ce faire, vous devez la diffuser à travers les canaux appropriés, notamment les médias sociaux qui offrent l’accès à une audience diversifiée ainsi que de multiples possibilités de ciblage et d’interaction avec le public. L’utilisation d’un logiciel pour réseaux sociaux s’avère alors nécessaire pour gérer efficacement la communauté. Ce sont des outils de collaboration qui facilitent la gestion des connaissances et des ressources dans le cadre d’une campagne de communication. Les logiciels pour community manager sont également indispensables à la mise en œuvre efficiente d’un brand storytelling.

Vous pouvez faire vivre vos réseaux sociaux au rythme de votre histoire en prévoyant plusieurs types de contenus, plusieurs personnages et même plusieurs chapitres pour créer de l’attente. Insérez une question en bas de post afin d’inciter les lecteurs à partager leur expérience et à créer de l’engagement.

Ces solutions marketing permettent la gestion intégrée de plusieurs réseaux sociaux. Elles offrent de nombreuses fonctionnalités telles que :

  • La création et la diffusion de contenus sur les réseaux sociaux
  • La planification des publications et le ciblage d’audience
  • Le suivi des campagnes en ligne et l’analyse des données
  • L’identification et la gestion des influenceurs
  • La mise en place d’enquêtes et de sondages, etc.

Vous pouvez également faire appel à des ambassadeurs de marque ou des influenceurs pour relayer votre contenu ou partager des publications spécialement créées pour eux. 

Enfin, vous pouvez intégrer votre histoire à votre site web, par exemple dans la section “Qui sommes-nous ?”, sur une page riche en contenu.

Suite au prochain épisode…

L’histoire est maintenant écrite et publiée, et vous attendez désormais les retours sur votre campagne. Soyez attentifs au feedback et analysez les réseaux sociaux : cela vous donnera les clés pour prolonger votre histoire ou lui faire changer de direction.

Et maintenant ? Consultez notre catalogue de logiciels pour réseaux sociaux pour trouver l’outil qu’il vous faut.